Venticinque anni fa veniva abbattuto l'aereo di Maurizio Cocciolone: «Felice di non essere dimenticato»

Venticinque anni fa veniva abbattuto l'aereo di Maurizio Cocciolone: «Felice di non essere dimenticato»
di Alberto Orsini
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Martedì 19 Gennaio 2016, 09:46 - Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 17:57


L'AQUILA - «My name is Maurizio Cocciolone and I’m a captain from Italian Air Force». Sono passati 25 anni (era la notte tra il 17 e 18 gennaio del 1991) e mette ancora i brividi rivedere quel video in cui l’allora navigatore dell’Aeronautica, nato all’Aquila il 22 settembre 1960, il volto tumefatto e l’aria frastornata, risponde alle domande dei soldati iracheni che lo tenevano prigioniero dopo essere stato abbattuto a bordo di un caccia Tornado assieme al pilota toscano Gianmarco Bellini. I due rimasero reclusi per 47 giorni prima di essere liberati.

«Da un lato ho il rammarico di non fare più parte, dopo 40 anni di servizio, dell’Aeronautica, cui ero legato da una vera passione, dall’altro mi restano brutti ricordi che vorrei dimenticare ma che, ovviamente, non andranno mai via», spiega dal Brasile, dove ha impostato una parte della sua nuova vita assieme al fratello Paolo, rispondendo su quali sensazioni siano ancora vivide ora che è passato un quarto di secolo. «Chi ho sentito per questa ricorrenza? Bellini, certo, e altri amici mi hanno chiamato - svela -. Ma ci sono anche semplici cittadini, appassionati dell’Arma Azzurra, che non hanno dimenticato e mi hanno contattato tramite social: fa piacere essere ricordati e che la mia vicenda non sia vista sotto una luce negativa». Un video che il protagonista non ha rivisto per la ricorrenza: «A volte mi capita di trovarlo, scorrendo Internet, a volte me lo mandano, ma oggi guardarlo mi lascia distaccato». La sua Guerra del Golfo è cominciata «nell’estate del 1990, quando l’intervento diretto non era auspicato e anzi, si pensava che tutto sarebbe stato risolto con una pressione militare e politica, cosa che poi non avvenne. Passammo vari mesi negli Emirati Arabi - spiega - poi rientrammo in Italia per un periodo, ma mai pensando che si sarebbe arrivati al conflitto, che poi esplose nella sua devastazione».

L’ABBATTIMENTO
Non è semplice riportare alla mente qualcosa che si vorrebbe cancellare, come l’abbattimento del suo cacciabombardiere da parte della contraerea di Saddam Hussein dopo aver proseguito una difficile missione in solitaria sganciando cinque bombe su Kuwait City. «Quando ho avuto più paura? Non durante le procedure per l’espulsione del seggiolini, lì si reagisce in modo professionale e quasi istintivo, com’è logico dopo un addestramento di anni, anzi, decenni, e non c’è tempo per pensare - racconta -. Dopo sì, subentrano sentimenti umani e si prova molta paura».

LA TORTURA
La cattura, le percosse, la tortura. «Dico solo che ho passato momenti bruttissimi, ma lo spirito di sopravvivenza ha vinto su tutto il resto: ci strumenti che fanno parte della natura umana e che in quei momenti escono fuori in modo incisivo, istintivo e naturale». Alla fine la liberazione, «ci avevano riunito con altri prigionieri e ci eravamo scambiati informazioni, quindi non fu una sorpresa, ma ricordo nitida una sensazione di sollievo incredibile. Tornando verso la Giordania - ricorda ancora Cocciolone - attraversammo tutto l’Iraq in auto e vidi la devastazione e la povertà di quel popolo: l’orgoglio per quanto stavamo avevamo fatto si mescolò con la tristezza di vedere la gente ridotta in quelle condizioni». La sorpresa, quella sì, fu la mancata decorazione al valore e la mancata presenza dello Stato, «ma l’Italia era in pace da molti anni e non era preparata, c’erano ancora in vigore leggi di epoca mussoliniana. Mi aumentarono lo stipendio in base a quelle, ma non ci fu assistenza psicologica o altro».

L’AFGHANISTAN
Un’altra epoca, dal 2005 l’Afghanistan come comandante della task force «Aquila». «L’Italia ha avuto un ruolo importantissimo, anche se molti lo definivano non incisivo: è stata ben accolta dalla popolazione e con risultati chiari dopo un’attività certosina che non prevedeva grandi impegni guerreschi». Per Cocciolone un’esperienza «forse ancora più toccante, mi sono sentito proiettato dentro un ambito economico e sociale che sembrava fosse di qualche millennio indietro: ripenso a bambini di 12 anni che pareva ne avessero 60 e che morivano per malattie ridicole per il mondo occidentale». E il comandante ha provato anche a suggerire la coltivazione di un prodotto della sua terra. «Nell’ambito di una fase di dialogo e proposte gli americani hanno puntato, molto giustamente, sulla riforma dell’economia della regione, passando a quella agricola: proposi allora colture come la nocciola e lo zafferano che, in quei territori, sarebbero state molto redditizie».

IL TERREMOTO
Poi il terremoto del 6 aprile 2009, «un colpo violentissimo vedere i luoghi della mia infanzia ridotti così. Ero a Roma, quella notte, ma ho sentito la scossa anche da lì. Sono un grande amante della mia città, nonostante i decenni passati in giro per il mondo, fu devastante. Purtroppo - confessa - temo che si avveri la mia profezia di vent’anni di ricostruzione. Tornare in futuro a impegnarmi per L’Aquila? Mi piacerebbe mettere a disposizione la mia esperienza, onestà e umiltà. Vedremo».

IL TERRORISMO
Cocciolone comprensibilmente rivela di essere «appassionato, e da molto tempo», della situazione politica internazionale tanto da aver fatto «molti studi in materia e già una decina di anni scrivevo che era finita la guerra fredda, ma era cominciata la guerra “calda”. Ho scritto anche tesi sul contesto geopolitico dell’epoca e oggi si è concretizzato quello che avevo previsto». Sui rischi del terrorismo, a partire dall’Isis, il comandante teme che «la situazione andrà a peggiorare. Le mie parole si fanno più vere ogni anno che passa».

STATI UNITI
Ma non vuole sentire parlare di chi siano i “cattivi” tra le superpotenze: «Non mi sembra il caso, posso dire che cosa, per me, è buono: ho girato il mondo per lavoro, ho vissuto il sistema democratico degli Stati Uniti e oggi credo che sia comunque uno dei migliori - sostiene -. È quello che garantisce un po’ tutti, anche a livello internazionale. A volte c’è stata critica per un approccio definito “imperialista” ma, avendoci lavorato, ho sempre visto un approccio invece logico, costruttivo, nel voler cercare di risolvere i problemi. Usa indeboliti? Il mondo cambia, il bilancio delle potenze sta cambiando, la Cina è cresciuta economicamente e militarmente, ma come modo di fare continuo a vedere positività nell’azione “soft power” statunitense».