Vaiolo delle scimmie, l'immunologo abruzzese Pio Conti: «Occhio alle mutazioni»

Vaiolo delle scimmie, l'immunologo abruzzese Pio Conti: «Occhio alle mutazioni»
di Saverio Occhiuto
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Martedì 24 Maggio 2022, 09:51

PESCARA - Allarmi no, sorveglianza sì sulla nuova minaccia che ha già fatto la sua apparizione anche in Italia “per isolare selettivamente il virus e i suoi eventuali cambiamenti”, spiega l'immunologo abruzzese Pio Conti (quasi quarant'anni di attività di ricerca nei laboratori della Tufts University di Boston), rispondendo alle molte domande ancora aperte sul vaiolo delle scimmie.

Professore, cosa c'è da temere dal nuovo virus?

«La cessazione della vaccinazione contro il vaiolo ha fatto aumentare le aree endemiche colpite dalla malattia, che può essere trasmessa anche da uomo a uomo ma con una incidenza attualmente limitata. Quello che preoccupa non è tanto la sua letalità, che fino a oggi non si è manifestata in nessuno dei casi noti, ma la sua potenziale evoluzione in varianti che potrebbero essere molto più patogene e mortali».


Inizialmente si era pensato che il virus potesse trasmettersi solo attraverso la pratica di atti sessuali. Qual è la verità?


«La trasmissione del vaiolo delle scimmie è simile a quella del Sars-Cov-2. Può avvenire con le goccioline della saliva, la respirazione ravvicinata, il contatto con liquidi dell'infettato, come sudore e sperma. L'atto sessuale può dunque essere una delle cause del contagio, ma non la sola».


Quali sono i sintomi più evidenti?


«Il virus può avere una incubazione di 7-12 giorni prima che si manifesti la malattia. Solitamente questo avviene con una eruzione cutanea simile a quella della varicella, febbre, mialgia, infiammazione delle ghiandole».

Come è possibile difendersi?

«La vaccinazione contro il vaiolo protegge dal nuovo virus ed è consigliabile a tutti. Al momento non esistono invece terapie che consentono di affrontare la malattia con prodotti farmacologici. Il supporto di antibiotici può essere utile solo a scongiurare eventuali superinfezioni batteriche. Si tratta comunque di una endemia, non di una pandemia come quella causata dal Covid 19. In Nigeria è stata registrata una incidenza di 4 malati su 10.000 abitanti, mentre le complicanze gravi hanno un rapporto di circa 1 su 10.000 infettati».


Cos'altro c'è da sapere sul nuovo virus?

«Il vaiolo delle scimmie, noto come Monkeypox virus, è una malattia zootecnica osservata per la prima volta in Nigeria 39 anni fa ed è appunto causata dal vaiolo contratto dalle scimmie. Una malattia infettiva virale che si affaccia per la prima volta in Italia. Sino a oggi era stata segnalata soprattutto tra le popolazioni residenti in habitat boschivi, nelle paludi e foreste pluviali della Repubblica democratica del Congo, in Liberia e nella Sierra Leone. Qui i pazienti infettati si sono ammalati dopo il contatto con scimmie rosse sacrificate per uso alimentare, anche se non si riscontrano decessi. Si tratta di una infezione virale emersa probabilmente dopo un vuoto immunitario lasciato dal virus del vaiolo. Ecco perché la vaccinazione assume una grande importanza ai fini della prevenzione».


Quali sono le notizie ricavate dagli esami di laboratorio?


«Il virus delle scimmie ha una dimensione di circa 200-250 milionesimi di millimetro, dunque leggermente più grande del coronavirus-19 ed è resistente all'etere, al caldo fino a 50-56 gradi per 20 minuti, all'essiccamento e al freddo. Se conservato alla temperatura di 4 gradi, dopo sei mesi può risultare ancora attivo. Prodotti chimici come il cloroformio, la formaldeide e il metanolo possono inattivarlo. Gli individui vaccinati posseggono anticorpi IgG specifici e linfociti del tipo B con memoria, che li proteggono dalla malattia severa. Oggi la cosa più opportuna da fare sarebbe quella di riprendere la campagna vaccinale contro il vaiolo cessata ufficialmente nel 1980, e questo dovrebbe essere fatto il prima possibile per scongiurare l'insorgere di nuovi varianti in grado di “nascondersi” o di sfuggire al nostro sistema immunitario».


Cosa dovrebbe fare l'Abruzzo?
«Nel caso di infezioni registrate sul territorio, il solo modo per evitare l'endemia è quello di mantenere alta la sorveglianza, monitorare l'incidenza virale, la gravità della malattia e la frequenza di diffusione da persona a persona. Altro accorgimento utile è quello di controllare i casi sospetti e, là dove è necessario, isolare selettivamente il virus e i suoi eventuali cambiamenti genetici associati alla trasmissibilità e virulenza. Occorre inoltre scovare animali vettori portatori del virus, per poi isolarli accuratamente, affiancando a una estesa vaccinazione la ricerca di nuove strategie terapeutiche e di vaccinazione».

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