Spazio, tracce di acqua sulla luna: la scoperta firmata anche dall'Università di Chieti

Martedì 27 Ottobre 2020 di Francesca Piccioli
Spazio, tracce di acqua sulla luna: la scoperta firmata anche dall'Università di Chieti

Da tempo si ipotizzava che sulla luna potessero esserci tracce di acqua e precedenti ricerche ne avevano suggerito una possibile presenza nel suo emisfero meridionale. Ma nessuno era riuscito a rilevarla. Oggi grazie a studi internazionali che parlano anche un po’ abruzzese è dimostrabile la presenza della molecola di H2o sul satellite della terra. La firma dell’acqua sarebbe rintracciabile sotto forma di ghiaccio in piccole cavità ombreggiate.

È targata anche Scuola internazionale di ricerche per le scienze planetarie dell’Università Chieti-Pescara la svolta per le future missioni umane sulla luna che arriva da due diversi studi pubblicati sulla rivista scientifica Nature Astronomy. Il primo, coordinato dalla Nasa, dimostra la scoperta inequivocabile della firma della molecola di acqua (H20), rilevata per la prima volta sulla Luna dal telescopio volante Sofia. Il secondo studio, condotto dall’Università del Colorado, stima invece che oltre 40 mila chilometri quadrati di superficie lunare potrebbero intrappolare acqua sotto forma di ghiaccio in piccole cavità ombreggiate. 


L’annuncio della scoperta è arrivato direttamente dalla Nasa, nel corso di una conferenza stampa dedicata trasmessa in streaming. «Aver visto la firma spettrale della molecola d’acqua - ha detto Enrico Flamini, presidente della Scuola Internazionale di ricerche per le scienze planetarie (Irsps) presso l’Università di Chieti-Pescara - è un grande passo avanti, perché ci permette finalmente di risolvere una questione aperta da anni». Oltretutto l’acqua sulla Luna sembra non essere poca. I risultati delle analisi dimostrano che a latitudini più meridionali l’acqua è presente in abbondanza (circa 100-400 parti per milione), probabilmente sequestrata in matrici vetrose o rocciose.

«Questo ci dice che la Luna potrebbe essere meno arida del previsto – ha precisato Flamini – ma non è ancora possibile stabilire quanta acqua ci sia e quanta sia utilizzabile: di certo questa scoperta ci aiuterà a pianificare meglio le future missioni». Già avvezzo a questo genere di scoperte, Enrico Flamini, docente di Planetologia alla d’Annunzio, già chief -scientist dell’Agenzia Spaziale Italiana, insieme al collega Giuseppe Mitri fu, nel 2018, fra gli scopritori dell’acqua su Marte. Tornando alla ricerca dedicata alla esplorazione della Luna, sembrano più ottimisti i ricercatori dell’Università del Colorado, che col loro studio ipotizzano la presenza diffusa di trappole d’acqua sulla superficie lunare: serbatoi in grado di preservare acqua attraverso il ghiaccio. «Se abbiamo ragione - ha detto Paul Hayne, scienziato dell’Università del Colorado - l’acqua sarà più accessibile per bere, come carburante per missili, per tutto ciò di cui la Nasa ha bisogno per future missioni».

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