«Strangolò il sacerdote moribondo». Chiesti 22 anni per don Paolo Piccoli

Sabato 30 Novembre 2019 di Marcello Ianni
Don Paolo Piccoli

La sentenza è fissata per il 13 dicembre, giorno in cui è attesa la verità su uno dei fatti di cronaca più controversi che riguardano L’Aquila. E’ arrivato alle battute finali il processo per omicidio aggravato a monsignor Paolo Piccoli, 52 anni, sacerdote di origini venete, ancora inquadrato nella Curia del capoluogo abruzzese ma a riposo, accusato di aver ucciso monsignor Giuseppe Rocco, 92 anni, trovato strangolato nella propria camera nel seminario di Trieste, il 25 aprile 2014. Ieri mattina l’accusa al termine di una lunga requisitoria, ha chiesto per il sacerdote la condanna a 22 anni di reclusione. La perizia autoptica avrebbe rilevato la rottura dell’osso joide, quindi una morte riconducibile a un’azione violenta. Di qui la svolta alle indagini, aperte inizialmente contro ignoti e venute a galla nel corso della ricognizione cadaverica per morte naturale.

Il sacerdote (tra i maggiori esperti in Italia di liturgia ma anche di oggetti sacri) sarebbe stato accusato in precedenza anche dal sacerdote morto di essere l’autore di furti di oggetti di valore all’interno dell’istituto religioso. Secondo la difesa del prelato, rappresentata dagli avvocati Vincenzo Calderoni del Foro dell’Aquila e Stefano Cesco del Foro di Pordenone, nel referto dell’autopsia ci sarebbero risultanze discutibili. Secondo i due legali, non risultano segni di colluttazione che si rinvengono di solito negli strangolamenti. Le tracce ematiche riconducibili a don Piccoli sarebbero state lasciate nell’impartire l’estrema unzione a don Rocco, che era molto malato, così come ha dichiarato in fase dibattimentale anche il priore della struttura religiosa in cui si sarebbe verificato l’omicidio.

Secondo la difesa manca completamente un movente, in quanto il furto di oggetti di poco conto non sta in piedi. Nella vicenda giudiziaria la sorella della vittima e due nipoti di questi, si sono costituiti parte civile. Tra i testi dell’accusa, la perpetua, grande accusatrice del prelato. Al termine della requisitoria l’avvocato aquilano Calderoni si è detto piuttosto deluso della requisitoria dei due pubblici ministeri che hanno seguito l’indagine a suo dire “carente del movente che non è stato indicato. «L’accusa ha detto – ha rimarcato l’avvocato Vincenzo Calderoni – che non è obbligatorio trovare un movente». Quindi, ha concluso il legale della difesa di don Paolo Piccoli: «Dovrei accettare che un uomo, come in questo caso, vada in prigione per 22 anni senza sapere il perché».

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