Uccise moglie e figlio di cinque anni: Alexandro Riccio suicida in carcere

Uccise moglie e figlio di cinque anni: Alexandro Riccio suicida in carcere
di Patrizio Iavarone
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Martedì 28 Settembre 2021, 08:51 - Ultimo aggiornamento: 12:55

Attendeva a giorni una perizia psichiatrica, anche perché più di una volta, in questi otto mesi, aveva tentato di uccidersi. Così come in quella drammatica notte del 29 gennaio scorso, quando Alexandro Riccio, trentanove anni di Torino, tentò di tagliarsi prima le vene, poi ingerì della varechina e quindi si buttò dal balcone del terzo piano della sua abitazione a Carmagnola, dopo aver massacrato con ventitré coltellate e scagliandogli contro decine di oggetti, la moglie abruzzese Teodora Casasanta (trentotto anni) e il piccolo figlio Ludovico, di appena cinque anni.


L'uomo è stato ritrovato cadavere domenica scorsa nella sua cella nel carcere di Ivrea dove era detenuto: impiccato con i pantaloni della tuta alle grate della cella che divideva con un altro ospite del carcere che, a quanto pare, stava dormendo e non si sarebbe accorto di nulla. Un suicidio su cui, comunque, la Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo d'inchiesta, anche se il movente dell'estremo gesto è facilmente intuibile. Ed è tutto nella foto sorridente di quelle due vittime innocenti, quella di Ludovico e quella di Teodora, partita da Roccacasale una decina di anni fa per il Piemonte per lavorare come assistente sociale. Qui aveva conosciuto e poi sposato nel 2014 quello che poi si sarebbe trasformato nel suo assassino.


Un femminicidio e omicidio che ha seguito gli schemi più classici e purtroppo ripetuti e sempre attuali: l'ossessione del possesso di uomini violenti che pretendono il diritto di proprietà, di vita e di morte, sulle proprie donne. E infatti Teodora aveva deciso di lasciare suo marito, dopo aver preso coscienza e consapevolezza che la loro relazione, già turbata per un periodo di abbandono del tetto coniugale da parte di Riccio, non funzionava e non poteva funzionare. Teodora ci aveva provato a ricominciare, perché per lei, donna del sud, la famiglia era un valore importante, ma con altrettanta lucidità aveva capito che le cose non potevano andare e che il rischio era quello di rovinare la vita sua e del figlio. Un rifiuto che Riccio non ha sopportato, fino a compiere una strage, un massacro, e ricongiungere, secondo la sua logica, la famiglia nell'aldilà: «Vi porto via con me» aveva scritto su un biglietto prima di gettarsi dal balcone e dopo aver messo fine alla vita di due anime innocenti.

In Valle Peligna la notizia della morte di Riccio non ha suscitato sentimenti di pena e di pietà: troppo forte il dolore inferto a una comunità e ad una famiglia che in questi mesi si sono mobilitati per promuovere la lotta alla violenza contro le donne. Mostre, premi, corse ciclistiche, targhe ricordo e soprattutto una continua azione di sensibilizzazione che ha dato alla famiglia Casasanta la forza di andare avanti, di trovare una nuova ragione di vita in quelle morti terribili e devastanti. Nessuno potrà restituire i sorrisi di Teodora e Ludovico, ma quei sorrisi e la loro drammatica storia continuano a dare ogni giorno una ragione in più per combattere, per cercare di fermare un fenomeno che continua, purtroppo, a riempire le cronache quotidiane.
La giustizia terrena, quella, non si è compiuta: il femminicida si è ucciso prima di comparire davanti a giudici con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Dopo otto mesi ha concluso il suo folle disegno criminale.

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