Tortoreto, ragazzino di 14 anni conteso fra i genitori: «Io sto bene con mio padre», ma il giudice vuole portarlo via

Sabato 18 Gennaio 2020 di Rosalba Emiliozzi
Tortoreto, ragazzo di 14 anni: «Io sto bene con mio padre», ma il giudice vuole portarlo via
Storie di bambini e di genitori separati. Storie di Tribunali, che sono uguali ma approdano a decisione opposte. Storie di lacrime e sofferenza estrema che si ripetono, simili e strazianti. Ora tocca a Tortoreto, piccolo centro in Val Vibrata, raccontare la vicenda di Marco, nome di fantasia di un ragazzo di 14 anni che martedì prossimo, su disposizione del Tribunale dei minori dell’Aquila, verrà tolo al padre e «collocato», come da linguaggio giuridico, dalla madre. Per Marco significa cambiare ancora casa, ancora regione, ancora scuola, ancora amici e lasciare il padre con il quale vive da 2017 e che oggi, secondo quando scritto dai giudici minorili, non è più un buon padre tanto da «sospendere la responsabilità genitoriale» e restituirla invece alla madre, alla quale quella responsabilità era stata tolta nel 2016 dal Tribunale dei Minori di Ancona. Contraddizioni, decisioni avverse che incidono sulla vita di Marco e che gli hanno fatto iniziare il 2020 con lo stress più terribile: essere portato via. Per due volte, quest’anno, assistenti sociali, polizia municipale, carabinieri si sono presentati alla porta di casa per prelevarlo, senza riuscirci. Torneranno martedì e questa volta non sentiranno ragioni.

Marco ha scritto al giudice. Su un foglio di carta bianca, con la sua calligrafia di adolescente, ha buttato giù poche righe: «Gentile giudice, chiedo gentilmente di essere ascoltato in merito alle vicende verificatisi in questi giorni, visto che ho già confermato alla vigilessa che mi voleva portate via con la forza, io le ho detto più e più volte di voler restare a casa con mio padre, che mi trovo bene con mio padre e che non lascerò questa casa. Voglio restare con mio padre». Marco vede nel giudice la sua ancora di salvezza. Intanto non esce più di casa, ha paura. «Il bambino è spaventato - racconta il padre G. D., 53 anni, originario di Matera e residente a Tortoreto, ex capo reparto e responsabile della sicurezza di un’azienda poi fallita e oggi in mobilità - ha paura ogni volta che suona il citofono, vuole tenere le finestre chiuse, stiamo vivendo da carcerati. E’ un’altra Bibbiano. Io un cattivo padre? In questi anni non ho fatto altro che tutelare i miei due figli (ha anche una ragazza di 16 anni, ndr) segnalando tutto ciò che non andava, tanto che la madre è stata condannata a 5 mesi e 10 giorni, confermati in appello, per abuso di mezzi di correzione». Il papà ha visto andare via la figlia maggiore che oggi vive con la madre. «Con lei avevo un rapporto stupendo ed è cambiata dal giorno alla notte - dice - le davo delle regole, sul telefonino, su come comportarsi. Oggi la seguo sui social e segnalo ciò che non trovo consono alla sua età».

Con il padre è rimasto Marco, che frequenta Informatica e da grande vuole fare l’avvocato. Ma resterà con lui ancora per pochi giorni perché, come scrive il Tribunale per i minorenni dell’Aquila deve tornare a vivere con la mamma che, «nel tempo ha assunto una condotta collaborativa con il servizio sociale anche mediante un percorso di psicoterapia volto a potenziare la capacità genitoriale, ha acquisito maggiore consapevolezza del ruolo genitoriale, il padre ha progressivamente inasprito atteggiamenti conflittuali con l’ex coniuge, ostacolando i rapporti del figlio minore con la madre e ha assunto un atteggiamento oppositivo con il servizio sociale e con gli operatori del comunità impedendo perfino gli incontri protetti disposti dal giudice».

«Contestiamo tutto, abbiamo impugnato il decreto e ne chiediamo la sospensiva perché non ci sono motivi d’urgenza o maltrattamenti per un provvedimento del genere. Siamo in attesa di udienza – dice l’avvocato Romina Cristina D’Agostini - In passato il mio cliente ha denunciato il servizio sociale dopo aver riscontrato che gli incontri dei figli con la madre non erano protetti, i ragazzi non erano vigilati e tutelati». Poi c’è l’aspetto formale. «Hanno tentato di sottrarre il bambino al padre il 2 gennaio: un’assistente sociale, tre agenti di polizia municipale e i carabinieri, tutti in divisa, si sono presentati a casa ma non c’era un decreto scritto né depositato in cancelleria, ma solo con un appunto del giudice e hanno dovuto soprassedere. Poi sono tornati il 10 gennaio, sempre senza decreto, depositato solo il 13. Abbiamo impugnato anche la mancanza del decreto». 
  Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 12:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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