Suicidio di Simona Viceconte, la procura chiede dieci anni per il marito

Suicidio di Simona Viceconte, la procura chiede dieci anni per il marito
di Teodora Poeta
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Martedì 1 Febbraio 2022, 10:28 - Ultimo aggiornamento: 12:49

E’ riecheggiata in aula come una profezia quella frase che, ieri, la pm Enrica Medori ha ricordato durante la sua requisitoria per descrivere gli ultimi periodi di vita di Simona Viceconte, quando il marito Luca Amprino le aveva preannunciato che «la loro separazione sarebbe stata un bagno di sangue». Alla seconda udienza del rito abbreviato condizionato all’escussione dell’imputato, l’accusa ha chiesto una condanna a 10 anni per il bancario accusato di maltrattamenti psicologici nei confronti della moglie che poi si è tolta la vita impiccandosi con un foulard alla ringhiera della tromba delle scale della palazzina dove viveva con la famiglia a Colleatterrato Basso, a Teramo.

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LE RINUNCE «Una donna che aveva rinunciato al lavoro per occuparsi della famiglia e diventare la tassista delle figlie», ha evidenziato il pm nella sua lunga discussione in cui ha ribadito tutti i timori di Simona, compresi quelli di perdere le due figlie con la separazione dal marito. Ricostruzione che non ha convinto la difesa, sostenuta dagli avvocati Cataldo Mariano e Antonietta Ciarrocchi, i quali hanno continuato a sostenere l’indipendenza di Simona dal marito, anche a livello economico, e la volontà di Amprino di lasciarla libera dopo la presa di coscienza che ormai la loro storia d’amore era finita. Era il 13 febbraio del 2020 quando Simona, 45 anni, originaria di Chiusa San Michele in Val Di Susa, si è tolta la vita, esattamente come aveva fatto un anno prima sua sorella Maura, quest’ultima campionessa di atletica 51enne, bronzo agli Europei di Budapest nel 1998, che per dieci anni, tra il 1994 e il 2004, aveva sfidato con successo le migliori fondiste con i tempi combinati di 5mila e 10mila metri. Nel suo quartiere a Colleatterrato Basso, Simona non aveva grandi contatti. Commercianti, vicini di casa, nessuno ci aveva mai chiacchierato. Neanche il titolare della palestra che si trova proprio nel palazzo dove viveva si era mai fermato a parlare con lei, se non per un cordiale scambio di saluto, come lui stesso all’epoca aveva dichiarato. Eppure dovrebbe essere proprio quella la palestra che Simona, per un certo periodo, ha frequentato, con i tabulati delle presenze chiesti e fatti stampare dalla difesa di Amprino per dimostrare che Simona non era una donna segregata in casa e poteva gestire liberamente i soldi.

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LA DIFESA DELLE FIGLIE Sono state le sue stesse figlie, sentite in fase di indagini con incidente probatorio, a difendere il padre e a smentire le accuse per cui oggi il bancario rischia una condanna. Eppure c’è chi, dopo la morte, tra le poche donne che la conoscevano, mamme delle amiche di scuola entrate in confidenza con lei, hanno descritto Simona come una donna che nell’ultimo periodo era cambiata, avvertendo la sensazione che in alcune occasioni non fosse uscita per mancanza di quei pochi soldi anche solo per poter prendere un caffè. Sensazioni che se tali non possono valere una condanna, nonostante per la Procura l’esito delle indagini abbia condotto in una sola direzione. L’udienza è stata rinviata a giovedì. 

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