Spiano il computer del marito, moglie e detective nei guai

Giovedì 30 Gennaio 2020 di Teodora Poeta

Si è rivolta ad un’investigatrice privata per controllare il marito perché sospettava un’infedeltà matrimoniale, ma entrambe sono finite a processo perché è stato installato sul computer dell’uomo un dispositivo che consentiva di intercettare le chat appena il pc veniva utilizzato. A denunciare l’investigatrice, L.Z. di Alba (difesa dall’avvocato Gabriele Rapali), accusata anche di truffa ed estorsione, è stata proprio la donna che l’aveva cercata, D.S., entrambe, invece, accusate in concorso di accesso abusivo ad un sistema informativo (reato di competenza della Distrettuale, ndr). «Lei diceva che aveva bisogno di soldi per investigare», ha spiegato ieri in aula D.S. E così la donna comincia a pagare. L’accordo iniziale era di 6mila euro per scoprire la presunta infedeltà matrimoniale, soldi che vengono dati in contanti. Ma a quanto pare le prove non vengono fornite.

Servivano altri soldi. «Mi minacciava di non parlare con nessuno, mi diceva che ormai non potevo più tirarmi indietro, dovevo rimanere forte». D.S., parte offesa nel primo capo d’imputazione e imputata in concorso nel secondo, riferisce poi di una serie di assegni ciascuno da quattromila euro che non sarebbero andati però all’incasso, ma nel capo d’imputazione si fa riferimento anche ad altri per un totale di quasi 19mila euro. Una storia che sa dell’incredibile visto che secondo l’accusa proprio per aver incaricato l’investigatrice privata e con il suo consenso, adesso si ritrova pure lei a processo per il dispositivo installato sul computer del marito che serviva per controllare le sue chat.

«Io non sapevo cosa avrebbero messo – si è difesa in aula -. Quando sono venuti a casa stavo fuori dalla stanza. Non mi hanno spiegato cosa dovevano fare. Ho avuto quella reazione di uscire». E’ stata sua figlia, sempre ieri, a raccontare come l’investigatrice si comportava quando lei accompagna la mamma in agenzia. «Non voleva che io ci andassi – ha riferito -. All’inizio aveva detto che servivano 6mila euro, poi ha iniziato a chiedere di più. Diceva che mia madre aveva il diritto di sapere, ma le prove non sono mai arrivate». Ad un certo punto è stato proprio il marito della Silvestri, ora parte civile nel processo, a chiedere ad un suo amico, un tecnico informatico, di controllargli il computer, non protetto da password, perché era troppo lento. E così si è scoperto “che c’era un’anomalia per un controllo remoto”. Qualcuno lo stava spiando. 

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