COVID

Sociopsicovirus/ Covid-19: antibiotico sì e pure no e poi giochiamo a nascondino

Sabato 5 Dicembre 2020 di Tiziana Pasetti

L’AQUILA Quando, domenica 22 novembre- erano le dieci di sera- ho tirato fuori dal cassetto del comodino il mio fantastico profumo ai fiori marci (o cimiteriali, come lo definisce il mio indelicato consorte) per spruzzarlo sulle federe dei miei tre cuscini, non potevo di certo immaginare che di lì a poche ore, causa anosmia e febbricola e doloretti sparsi ovunque, mi sarei ritrovata relegata in camera con scatole di farmaci e una segnalazione fatta dal medico per essere sottoposta al tampone orofaringeo. I primi venti minuti sono stati assai concitati: il consorte ha dovuto lasciare l’alcova, io ho dovuto mangiare pane olio e flacone di vitD, mandare giù una azitromicina e versarmi sulla lingua una bustina di lattoferrina, fare “ciao ciao” alle mie figlie che ricambiavano commosse il mio saluto mentre attraversavo per l’ultima volta, spruzzando ovunque l’amuchina per disinfettare l’aere dal mio passaggio, il corridoio che mi avrebbe portata per un tempo forse breve forse no verso il luogo della mia clausura. Roba da veri eroi, convengo.


Riassumo: martedì mattina mi ha chiamata la Asl, mercoledì alle 9 e 10 minuti sono andata a fare il tampone al drive in di Paganica, nella notte fra sabato e domenica è arrivato il risultato. Non è della tempistica, tutto sommato accettabile, che voglio scrivere e neanche della negatività del mio tampone (non è una questione solo di attenzione, faccio comunque un lavoro che non mi consente di stare sempre in casa e il rischio c’è). Colgo invece questa occasione che mi è capitata per riflettere su un paio di punti. 


Non appena mi sono autoreclusa ho scritto un post pubblico su Fb non per farmi compatire o portare la colazione fuori dalla porta ma per dire, senza mezzi termini: “Potrei essere infetta, se mi avete incontrata attenzione, io intanto da adesso fino a quando non ho il risultato del tampone sono La Peste in persona”. Immediatamente sono arrivati i messaggi di cordoglio da parte di chi non aveva letto tutto il post ma solo la prima riga e poi si è scatenata la categoria dei medici: “non dovevi prendere l’antibiotico”, “la lattoferrina fa male”, “subito puntura di eparina!”, “potevi mettere il pane nel forno, così era tipo bruschetta”, “hai sbagliato a non prendere subito il cortisone, domani potrebbero venirti le bolle”, “dormi con il dito nel saturimetro”, “non prendere farmaci, fatti le spremute e bevi il brodo di gallina”, “sei matta, il Covid non esiste, il tuo comportamento offende la mia professione”.


Un appello, e sono seria, a tutti coloro che hanno a che fare con la professione medica: seguite una linea il più possibile unitaria e soprattutto, lo chiedo non per me ma per le persone che hanno meno strumenti per difendersi, a meno che non siate certi che il vostro collega stia cercando di uccidere il suo paziente, non intervenite in modo così grossolano e aggressivo. Recuperate la grazia, il gesto moderato e rispettoso, il malato non rappresenta un campo di battaglia sul quale giocarsi la carriera o la frustrazione personale. Secondo punto: non appena mi è stato detto che i miei potevano essere sintomi riconducibili al Covid19 ho telefonato alle persone con le quali ero stata in contatto invitandoli a prestare attenzione al minimo sintomo e che se avessi avuto un risultato positivo ovviamente sarebbe stata mia cura avvisarli subito e lasciare il loro nominativo alla Asl competente per la tracciabilità. Sono persone amiche, persone alle quali voglio bene, e mi pesa molto scrivere questo: non tutti ma quasi mi hanno chiesto di non dare il nome alla Asl, che in fondo il contatto era stato sempre protetto dalla mascherina, che si sarebbero controllati da soli, che “per carità, poi ti chiudono dentro e io proprio non me lo posso permettere”. Non credo serva una parola in più.

Tiziana Pasetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA