Si impiccò come la sorella a Teramo. «Processate il marito per violenza psicologica»

Si impiccò come la sorella a Teramo. «Processate il marito per violenza psicologica»
di Teodora Poeta
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Venerdì 3 Settembre 2021, 06:21 - Ultimo aggiornamento: 08:58

L'esasperazione crescente in quel clima di convivenza familiare insostenibile e la paura di restare senza niente, comprese le sue due figlie, avrebbero spinto al suicidio Simona Viceconte, la mamma 45enne originaria di Chiusa San Michele in Val Di Susa, sorella di Maura ex campionessa di maratona pure lei morta suicida. Era il 13 febbraio di un anno fa. Quel giorno Simona decise di togliersi la vita impiccandosi con un foulard alla ringhiera della tromba delle scale della palazzina dove viveva con la famiglia a Teramo, la città dove si erano trasferiti per il lavoro del marito, Luca Amprino, 53 anni, dipendente di banca.
L'ACCUSA
È lui, secondo la procura abruzzese che ha chiuso le indagini e firmato la richiesta di rinvio a giudizio con l'udienza preliminare fissata per ottobre, che con maltrattamenti psicologici continui avrebbe portato la moglie fino alla decisione di togliersi la vita.

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L'accusa che adesso gli viene contestata non è l'istigazione al suicidio, ma una circostanza aggravante del reato di maltrattamenti, si ipotizzano solo psicologici, messi in atto quando ormai l'amore tra i due si era sgretolato e il matrimonio era arrivato al capolinea. Simona si era già rivolta ad un legale, l'avvocato Antonella Galizia, per la separazione giudiziale. E con lei si era confidata. Le aveva raccontato i suoi timori di restare senza soldi e senza le figlie.

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Timori che erano stati messi nero su bianco negli atti depositati per la separazione quando in tempi non sospetti già si scriveva di Simona che doveva «ricorrere a risparmi di fortuna» per le proprie esigenze personalissime, parrucchiera, estetista, palestra, ma anche per il carburante dell'auto di famiglia, «prevalentemente utilizzata dalla Viceconte per la gestione delle figlie», e che «dovevano essere mendicate al marito». È la vita descritta nelle carte: un marito bancario che le avrebbe fatto mancare tutto, dall'affetto alle esigenze primarie. Un uomo che aveva venduto l'auto che utilizzava Simona per spostarsi dal quartiere in periferia, dove vivevano a Teramo, per risparmiare con l'abbonamento dell'autobus a moglie e figlie. Pure questo, a suo tempo, tutto scritto dall'avvocato che la seguiva.
Per non parlare dei soldi. Sarebbe stata costretta a mendicare anche solo 5 euro per comprare qualche dolcetto alle figlie e a fare a meno di comprarlo per sé perché i soldi che aveva non erano sufficienti per tre gelati. E le amiche sapevano. Sono state loro a raccontare di quando «Simona rimaneva a casa perché non aveva soldi per un caffè insieme».

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Lei che aveva scelto di lasciare il lavoro per la famiglia e dedicarsi alle figlie ad un certo punto si è sentita schiacciata, economicamente dipendente dal marito e con il timore di rimanere sola senza le sue bambine. Una prospettiva che l'avrebbe messa all'angolo. Dopo che un anno prima - il 10 febbraio del 2019 - anche sua sorella Maura, alla quale era legatissima, l'aveva lasciata suicidandosi a 51 anni, dopo aver sconfitto un brutto male.
I TESTIMONI
Molte sono state le persone informate sui fatti sentite in fase di indagini preliminari dagli inquirenti. Il pm Enrica Medori, titolare dell'inchiesta, ha chiesto e ottenuto l'incidente probatorio alla presenza di una psicologa per cristallizzare le testimonianze delle due figlie minori, che vivono con il padre. La convinzione dell'accusa è che l'ultima parte della sua vita Simona l'abbia vissuta nel terrore prospettato dal marito, il quale sarebbe arrivato a minacciarla di toglierle tutto, «la casa e le figlie» e a dirle, testualmente, che la loro separazione sarebbe stata «un bagno di sangue». Maltrattamenti psicologici andati avanti nonostante Amprino si fosse accorto della grande vulnerabilità di sua moglie, così come sostiene oggi l'accusa nella richiesta di rinvio a giudizio, e che avrebbe portato Simona al suicidio.

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Quattro sono le parti offese identificate dalla Procura: le due figlie, il fratello e la madre di Simona, che potranno decidere di costituirsi parte civile nel caso di rinvio a giudizio di Amprino, con lui che ha sempre respinto le accuse, sostenendo che la moglie godeva di una propria autonomia economica e che quando si è accorto che c'era un problema in casa, ha chiamato i parenti di lei per farla aiutare. Con un precedente episodio di tentativo di suicidio di cui lui era a conoscenza avvenuto in casa dopo che proprio Simona lo chiamò al lavoro per avvisarlo di quello che lei aveva provato a fare.

 

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