ROMA

Rigopiano e i depistaggi sulla telefonata fantasma: indagati tre forestali

Sabato 7 Dicembre 2019 di Paolo Mastri
Rigopiano e i depistaggi sulla telefonata fantasma: indagati tre forestali

Falso ideologico e materiale. Sono le accuse contestate ai tre carabinieri forestali che, nel corso delle indagini sulla tragedia di Rigopiano, si occuparono della cosiddetta telefonata fantasma. E le versioni difensive fornite ieri ai Pm Mantini e Campochiaro dal colonnello Annaria Angelozzi, dal maresciallo Carmen Marinacci e all'appuntato Michele Brunozzi delineano piuttosto una controffensiva a tutto campo che porterà in breve a un esposto per calunnia contro l'ex capo della squadra mobile di Pescara Pierfrancesco Muriana. Uno scontro tra organismi di polizia giudiziaria senza precedenti, che ruota intorno a un tassello decisivo delle indagini sulla morte di 29 persone, tra ospiti e lavoratori dell'albergo sepolto da una valanga il 18 gennaio del 2017, e del successivo tentativo di depistaggio orchestrato, in potesi, dai vertici della prefettura.

È il verbale di un interrogatorio difensivo del 30 novembre scorso che riporta le accuse per niente velate di Muriana a proposito della telefonata con cui, alle 11.38 del 18 gennaio, cinque ore prima della valanga, il cameriere Gabriele D'Angelo chiese al Centro operativo dei soccorsi di Penne l'evacuazione dell'hotel isolato: «L'annotazione dell'agente Crosta allegata all'informativa dei cc forestali del 12 novembre 2018 - dichiara Muriana agli avvocati cristiana Valentini e Massimo Manieri, difensori del sindaco di Farindola - è mancante del timbro di protocollo che è apposto sull'originale dell'atto».

In pratica, il dirigente sostiene che «la telefonata riemersa dalle carte a 18 mesi dal fatto finisce nel fascicolo priva del protocollo che avrebbe svelato il ritardo dei carabinieri nell'informare la procura». La risposta degli indagati è stata dura: nell'informativa ricevuta dalla mobile non c'è numero di protocollo. Farebbero fede, secondo gli avvocati, i primi riscontri della guardia di finanza sulle memorie dei computer di polizia e carabinieri. I re carabinieri negano addirittura l'esistenza della cosiddetta telefonata fantasma, in quanto la chiamata di Gabriele D'Angelo sarebbe stata raccolta da un cellulare in uso a uno dei volontari della Croce rossa.

Viene così conteastata la doppia accusa di falso, mentre le difese annunciano un esposto per calunnia nei riguardi dell'ex dirigente della mobile, oggi in servizio a Manfredonia, e probabilmente anche alla procura di Campobasso per valutare l'atteggiamento complessivo dei magistrati di Pescara. Insomma, uno scontro a tutto campo tra le istituzioni chiamate a far luce sulla sciagura costata la vita a 29 persone, con molti degli 11 superstiti segnati per sempre. Non è difficile intuire l'importanza della posta in palio. Mettendo in fila la sorte della telefonata di D'Angelo, finita sotto la lente a inchiesta principale praticamente conclusa, il disguido nelle relazioni telematiche tra Ris di Roma e carabinieri di Pescara e il reale tenore della famosa riunione carbonara convocata dal prefetto il 24 gennaio a Penne, il sospetto che emerge è quello di un depistaggio agevolato da sponde nel campo degli inquirenti. La peggiore delle ipotesi per la serenità dei due processi appena avviati.
 

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