La deposizione choc della vittima di maltrattamenti e lesioni: «Ho pensato al suicidio per sfuggire alla furia di mio marito violento»

Un racconto drammatico il suo, dinanzi al giudice monocratico, Enrico Colagreco, con l’ormai ex marito

Il Palazzo di giustizia di Chieti e a destra il Gip Luca De Ninis, che ha dichiarato la propria incompetenza nell’inchiesta sulla ragazza fatta prostituire dal fidanzato, reato riqualificato con coinvolgimento di altre quattro persone. Atti alla...
di Alfredo D’Alessandro
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Lunedì 27 Maggio 2024, 06:00

«Ho pensato per due volte al suicidio, e una ci ho anche provato. Mi sembrava l’unico modo di uscire dall’incubo». Le prime strattonate e i primi schiaffi già dopo quattro mesi di convivenza e, nonostante la promessa di cambiare fatta da lui, con il matrimonio è andata anche peggio. Un racconto drammatico il suo, dinanzi al giudice monocratico, Enrico Colagreco, con l’ormai ex marito, difeso dall’avvocato Emanuele Iezzi, accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. La donna, assistita dall’avvocato Marco Femminella, è parte civile. Alle domande del pubblico ministero Natascia Troiano, lei ha risposto ricostruendo un duro spaccato della sua vita. L’avvio della relazione dopo il matrimonio sembra tranquillo, ma lui di fatto privilegia le uscite con gli amici. Quando lei chiede spiegazioni si scatena l’inferno. «Lui tornava dal lavoro il venerdì sera, spesso si discuteva per telefono, comandava di fare le commissioni - racconta la vittima - e quando rincasava si continuava e aumentavano le botte: io cadevo e lui non si fermava, mi dava pugni, calci, e mi minacciava che se parlavo dell’accaduto mi buttava dal quinto piano».

L’ESCALATION

La donna ricostruisce poi un episodio che descrive, in maniera cruda, ciò che ha subìto: «Siccome non sono abituata a bere, quando si andava a cena, lui diceva che gli facevo fare le figuracce: una volta fuori dal ristorante, ha iniziato a urlare e a picchiarmi perché non avevo accettato la compagnia di queste donne con il bicchiere. Mi diceva che dovevo accettare da bere perché per lui era un’offesa, e così dandomi i pugni sul viso, gli occhiali si sono rotti procurandomi un taglio sopra l’occhio». C’è anche l’ammissione di non aver avuto il coraggio di rivolgersi alle forze dell’ordine: «Una volta tornò a mezzanotte, chiesi spiegazioni, io ero a letto a guardare la tv: ha iniziato con le solite offese a me, ai miei figli, a mia madre defunta che lui non ha mai conosciuto. Ha iniziato a sputarmi dicendomi che facevo schifo, a tirarmi i capelli, pugni e schiaffi, mi ha strattonata e io sono caduta a terra, lui ha continuato con i calci, mi proteggevo con la mano, me l’ha rotta. Sono andata al Pronto soccorso, non l’ho denunciato perché dovevo tornare da lui. Anche nell’intervallo del lavoro me ne stavo in auto per non tornare a casa, rientravo la sera con la paura e andavo direttamente a letto. I vicini di casa mi vedevano sempre con i lividi, ho raccontato loro alcuni episodi ma non ho denunciato perché costretta a rimanere ancora lì. Da quando me ne sono andata di casa, sto facendo un percorso: all’inizio avevo paura e vergogna di raccontare, sono seguita da psicologa e psichiatra e prendo medicinali, non sono più serena come prima di aver conosciuto lui».

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