Pescara, Veronica stroncata da encefalite da herpes a 32 anni: tre medici sotto processo

Pescara, Veronica stroncata da encefalite da herpes a 32 anni: tre medici sotto processo
di Stefano Buda
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Mercoledì 22 Dicembre 2021, 09:12

Rinviati a giudizio i tre medici dell'ospedale di Pescara accusati di omicidio colposo per la morte di Veronica Costantini, la donna di 32 anni deceduta il 6 aprile del 2019 per un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da herpes. Lo ha deciso ieri il gup Fabrizio Cingolani, che ha accolto le richieste del pm Andrea Papalia. La Asl di Pescara, costituitasi in giudizio come responsabile civile, aveva ottenuto un rinvio per cercare un'intesa con le parti civili sul risarcimento. L'offerta di circa 600mila euro, avanzata dall'assicurazione della Asl, è stata però respinta dal legale Anthony Aliano che assiste i familiari della vittima e che in precedenza aveva chiesto un risarcimento da 5 milioni di euro. La prima udienza si terrà il 26 aprile.

La vicenda risale al primo aprile 2019, quando Veronica Costantini si sentì male e venne trasportata al Pronto soccorso di Pescara. Poche ore dopo fu dimessa con diagnosi di cefalea da verosimile iperpiressia da sindrome influenzale. Le sue condizioni però si aggravarono e il 3 aprile scattò il ricovero, non sufficiente tuttavia a salvarle la vita. Il pm Papalia aprì un'inchiesta, culminata nelle richieste di rinvio a giudizio. Ai tre imputati, assistiti dagli avvocati Augusto La Morgia, Guido Cappuccilli, Federico D'Incecco e Gianluigi Tucci, si contesta di non avere diagnosticato tempestivamente l'encefalite infettiva, «per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia, inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e disciplina».

La donna giunse in ospedale con febbre e in stato confusionale. Gli operatori del pronto soccorso chiesero una consulenza per sospetta encefalite. Consulenza che si concluse con una errata diagnosi - si legge sul capo d'imputazione - escludente la sussistenza di problematica di carattere infettivologico e di infezioni acute al sistema nervoso centrale». A giudizio di Papalia il medico non avrebbe «adottato tempestivamente l'adeguato e corretto percorso terapeutico famarcologico» a dispetto di sintomatologie «potenzialmente evocative della patologia, quali stato febbrile e alterazione dello stato mentale, di proseguire l'iter diagnostico oltre l'esame obiettivo», dunque attraverso «ulteriori e specifici accertamenti laboratoristici e strumentali».

Accuse analoghe a quelle mosse nei confronti di altri due medici, che presero in carico la paziente, nel reparto di psichiatria, dove era stata ricoverata in seguito alle dimissioni dal pronto soccorso, con diagnosi di «stato confusionale da sospetta psicosi all'esordio». Ad entrambi la Procura contesta di avere omesso «di rivalutare il sospetto diagnostico», nonostante «la sopravvenuta ingravescente condizione clinica in cui versava la paziente», con febbre e disturbi del linguaggio.
 

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