Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Bimbo prematuro morto: la Asl deve risarcire con 230mila euro i genitori

Bimbo prematuro morto: la Asl deve risarcire con 230mila euro i genitori
di Stefano Buda
3 Minuti di Lettura
Giovedì 7 Luglio 2022, 10:08

La Asl di Pescara condannata ad un risarcimento di quasi 230mila euro in favore dei genitori di un bimbo, nato prematuro il 25 ottobre 2014 e deceduto poche ore dopo nel reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale cittadino. E’ quanto ha stabilito, in sede civile, il giudice Patrizia Medica, ravvisando una condotta omissiva da parte del personale sanitario. La madre del nascituro, dopo appena 26 settimane di gravidanza, fu costretta a rivolgersi all’ospedale poiché il parto appariva imminente. A quel punto ai medici spettò il delicato compito di decidere se far nascere il bimbo ricorrendo ad un parto cesareo o affidandosi ad un parto naturale. Fu scelta la seconda opzione, che tuttavia non produsse gli effetti sperati. Di conseguenza i legali che assistono i genitori del bimbo deceduto hanno incentrato la causa proprio su questo aspetto, ritenendo errata la decisione dei medici e invocando un risarcimento del danno che ha finito per tirare in ballo anche la compagnia assicurativa dell’ospedale.

Alessandria, la moglie sta per partorire e lo chiama ma il compagno è morto in casa per il monossido di un fornellino

Il giudice, dopo avere affidato ad un pool di esperti il compito di accertare il nesso di causalità del decesso e di verificare l’eventuale sussistenza di condotte omissive, ha ritenuto fondate le ragioni dei familiari del piccolo. In particolare, nella sentenza, si evidenzia che «il taglio cesareo avrebbe ridotto il rischio di mortalità del prodotto del concepimento, prematuro, privo di malformazioni, rispetto al parto spontaneo. Tenendo conto dei dati recenti riportati in letteratura, la mortalità neonatale tra le 24 e le 27 settimane di gestazione per la presentazione podalica è stimata nel 25,2% per il parto per via vaginale contro il 13,2% per il taglio cesareo». Di conseguenza «si ritiene condotta inadeguata del personale sanitario dell’ospedale civile di Pescara, quella di avere deciso il parto per via vaginale dopo le 11,20 del 26 ottobre 2014», poiché «tale inadeguata condotta ha privato la partoriente del 12% di possibilità di avere un neonato (prematuro) vivo e vitale». In riferimento alla quantificazione del danno, al quale si sommano oltre 10mila euro di spese di giudizio, il giudice ha spiegato le ragioni che lo hanno indotto ad individuare un importo diverso rispetto a quello richiesto dai ricorrenti. «La perdita di una persona con la quale per anni si sono condivise esperienze ed emozioni - è scritto nella sentenza - e che ha dato vita ad abitudini e ricordi, è diversa dalla perdita di un rapporto che è stato sperato, ma non è mai iniziato».
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA