Non le fanno vedere la nipote, nonna ricorre alla Corte europea dei diritti dell'uomo

Sabato 28 Dicembre 2019 di Teodora Poeta
Non vedono più la nipote, che oggi ha 9 anni, da luglio del 2016 a causa dei cattivi rapporti con la madre della bambina. Il papà è morto in un incidente stradale quando la piccola aveva appena due anni e da quel momento in avanti con la famiglia paterna si è spezzato il legame. Ma ora lo zio, fratello del papà della bimba, e la nonna paterna, entrambi teramani, si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per chiedere di poter vedere la loro nipotina, assistiti dall’avvocato Antonella Galizia.

Una storia scandita da rancori e carte bollate dove anche i giudici, in alcuni passaggi, hanno evidenziato «la relazione tra gli adulti che continua ad essere altamente conflittuale». E’ il 2012, i genitori conviventi della bambina avevano deciso di separarsi, ma per il bene della figlia di non dividere la piccola dagli affetti familiari. Così si legge nel ricorso. Tutto quindi procedeva normalmente. Poi, però, dopo qualche mese avviene la tragedia. Il papà muore in un incidente stradale. Subito tra le due famiglie iniziano i dissapori. E chi ne risente è proprio la bambina che viene allontanata dalla nonna paterna e dallo zio. Ma loro non si arrendono. Cominciano a rivolgersi ai vari Tribunali competenti. Ci sono quindi ricorsi e appelli. Con i servizi sociali chiamati in causa che devono essere presenti agli incontri protetti. Ma questi incontri, nel tempo, si diradano. E ogni volta si torna di nuovo davanti ai giudici.

La famiglia paterna, quindi, tira in causa pure gli assistenti sociali che avrebbero fatto "continue omissioni", come si legge nel ricorso alla Cedu. «Gli ascendenti hanno diritto di mantenere i rapporti significativi con i nipoti minorenni», chiarisce l’avvocato Galizia. Ed è proprio per questo che zio e nonna non vogliono arrendersi. «Hanno già perso una persona cara, che nessuno gli potrà restituire, e non vogliono perdere pure la nipotina che è l’unico legame con quel figlio e fratello deceduto». Ma a quanto pare sta a loro, agli adulti, riuscire a mediare per il bene della bambina.

Già nel 2016 la Corte d’Appello dell’Aquila, che poi inviava gli atti alla Procura presso il Tribunale dei minori per valutare se il complessivo comportamento tenuto dalla mamma comportasse l’adozione di misure ablative o limitative della responsabilità genitoriale (che non ha avuto seguito, ndr), scriveva: «I ricorrenti (la famiglia paterna, ndr) addebitano il fallimento del processo di normalizzazione dei rapporti alla scarsa professionalità dei servizi sociali e all’ostruzionismo della mamma; ma non spiegano quali concessioni hanno fatto per superare quel clima, a definitiva conferma della totale incapacità, di tutti gli adulti coinvolti nella vicenda, di aprirsi verso l’altro, quantomeno nel preminente interesse della bambina che sicuramente vorrebbe godere anche dell’affetto della nonna e dello zio». Parole che avrebbero dovuto scuotere tutti e farli riflettere, ma che visti gli anni trascorsi non hanno sortito gli effetti desiderati perché quella bambina ha trascorso l’ennesimo Natale senza le persone che avrebbero potuto raccontarle storie mai sentite sul suo papà e farle vedere vecchie fotografie di lui piccolino. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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