Morì a 14 anni per un tumore, la famiglia chiede 3 milioni alla Asl: «Diagnosi in ritardo»

Morì a 14 anni per un tumore, la famiglia chiede 3 milioni alla Asl: «Diagnosi in ritardo»
di Marcello Ianni
2 Minuti di Lettura
Lunedì 10 Febbraio 2020, 09:25

Messa, a 14 anni, a conoscenza della situazione clinica e del fatto che fosse affetta da un tumore e per dar corso alla terapia, aveva deciso di tagliarsi da sola i capelli (lunghi fino alle spalle e di cui era particolarmente orgogliosa) e nonostante le fosse stato sconsigliato (perché non c’era più nulla da fare) aveva deciso di sottoporsi ad un ulteriore ciclo di chemio «anche se c’è una sola possibilità, io voglio vivere», aveva detto.

Dopo inimmaginabili sofferenze e nella piena consapevolezza dell’ineluttabile destino, con un arto amputato, aveva dato alla madre precise indicazioni sul proprio funerale (compresa la scelta delle musiche e dei vestiti) e sulla propria sepoltura. Raccontata così la storia di Maria (nome di fantasia per tutelare lei e la sua famiglia) sembra essere solo strappalacrime, ma la famiglia della minore e l’avvocato Maria Teresa Di Rocco, sono convinti che dietro il calvario di Maria ci sia una presunta responsabilità dei medici che a vario titolo l’hanno visitata e, dunque, della stessa Asl chiamata civilmente a risarcire i familiari della giovane paziente di una somma che supera abbondantemente i 3 milioni di euro, «per il gravissimo, colpevole ed inescusabile ritardo nella diagnosi del sarcoma di Ewing, che ha condotto a morte Maria dopo un calvario durato circa tre anni».

Una «condotta complessivamente tenuta dai sanitari- secondo l’avvocato Di Rocco- connotata da totale negligenza e gravissima imperizia in particolare nella fase dell’approccio diagnostico, con il conseguente significativo ritardo di ben 17 mesi dall’insorgenza della sintomatologia, reiteratamente lamentata dalla giovanissima ma del tutto ignorata». Secondo l’avvocato nonostante i ripetuti accessi presso la struttura sanitaria e comunque la consultazione di vari specialisti, «in difetto di qualsivoglia indagine strumentale specifica, quale la effettuazione di una risonanza magnetica dell’intero arto destro dolente (nonostante Maria lamentasse la localizzazione del dolore in maniera precisa), sia gli ortopedici che i pediatri non vennero neppure sfiorati dal dubbio diagnostico che potesse trattarsi di un tumore osseo a fronte di una sintomatologia tipica e comunque ingravescente».

Durante il ricovero urgente presso il reparto di Pediatria dell’ospedale dell’Aquila, argomenta l’avvocato, vennero esclusivamente reiterati esami diagnostici già effettuati in precedenza con esito negativo mentre venne omesso quello che sarebbe stato dirimente (risonanza magnetica nucleare al braccio destro), prescritto da una specializzanda ed annullato dal primario del Reparto, come riportato dal diario infermieristico. Secondo l’avvocato una precoce e/o comunque tempestiva diagnosi avrebbe salvato la 14enne la cui giovane età costituiva un ulteriore fattore prognostico favorevole. «In ogni caso, pur nella consapevolezza della alta malignità del sarcoma di Ewing, la ritardata diagnosi ha compromesso in maniera irreversibile le chances di sopravvivenza della ragazza». Di qui la richiesta di maxi risarcimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA