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STORIE AQUILANE/ La Società Patriottica aquilana del ’700

Giacinto Dragonetti
di Enrico Cavalli
3 Minuti di Lettura
Martedì 28 Giugno 2022, 15:30 - Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 13:39

L'AQUILA Costituita a metà secolo XIII, nel regno Lombardo-Veneto su impulso della sovrana riformatrice, la "Società Patriottica" deputate allo studio ed iniziative in campo politico-economico, ebbero diffusione nella penisola nell’era dei”lumi”.   

Sotto la reggenza di Carlo III di Borbone, il regno delle Due Sicilie aveva visto aprire una stagione di progresso morale e civile, auspice il ministero di Bernardo Tanucci ed il magistero culturale del campano Antonio Genovesi e dell’abate teatino Ferdinando Galiani.

Come afferma dal suo angolo di osservatore privilegiato del tempo, il molisano Giuseppe Maria Galanti, a comporre la Società Patriottica negli Abruzzi, furono quelle elites aristocratiche come borghesi, che attendevano allo sviluppo della regionalità divisa fra aree montane e costiere.

La guida di queste associazioni intellettuali, se a Chieti spettava al grande patriziato di Romualdo De Sterlich avvalorato dai casati dei Nolli, Ravizza, Zambra, Farina, DeRiseis  e che nella drammaticità del giacobinismo difenderanno le loro aziende tramite azioni speculative; se Teramo, erano in mano alla dinastia dei Delfico con Gianfilippo di Contralto a Melchiorre discepolo di Genovesi ed a cui si affiancano i Giovanni Thaulero e Vincenzo Comi per indicare una rinascenza a tratti laicista; ebbene, all’Aquila, appariva meno schematico e più complesso dipanare l’articolazione di medesimi consessi, posta la pregnanza dell’erudizione dell’ecclesiastico Anton Ludovico Antinori.

Vi emergono il marchese Giacinto Dragonetti, il contraltare di un Cesare Beccaria ed ispiratore del rivoluzionario americano Tom Paine, il giurista cattolico Antonio Micheletti, il nobile di matrice iberica Gaspare De Torres, tutti a rappresentare un circuito elitario sotteso a riassumere il significato della ruralizzazione del capoluogo aquilano nel post terremoto 2 febbraio 1703: le controversie sugli”usi civici” fra antiche possidenze e contadini, giungerà a livelli di guardia nell’insorgenza antigiacobina del 1799.

 Con la dominazione francese, la Società Patriottica aquilana si commisurava ai mutamenti della legge eversiva delle feudalità e censuazione del Tavoliere delle Puglie, che spezzavano la lunga transumanza degli armenti, e, così negli Abruzzi, le zone costiere accentuavano le loro peculiarità rispetto alle parti montane.

 La istruzione delle masse rurali, rimane un punto saliente delle Società Patriottiche, in nome non già di un illuminismo isterilitosi nel Teatino o, almeno, resistente a Teramo al netto di laicismi; bensì, in virtù di una ansia riformatrice che all’Aquila, avrà durata in senso pedagogico per i”maître à penser”, appoggiantisi alle arti municipali conclamate dalle primissime formulazioni di stampa abruzzese, che fa capire quanto la Restaurazione, non abbia asseverato sempre inveterati ritmi di vita sociale, a fronte dei progetti ferroviari e futura Cassa di Risparmio del 1859.

Le Società Patriottiche, inserirono Aquila nelle dinamiche culturali della penisola ed oltre, e, le cui finalità ed esiti avendo linee di continuità nel Risorgimento, insomma, meritano approcci di una qualche attenzione a meno di non volere individuare oltre la oggettività storica, un locale contrasto strumentale fra portatori assoluti del verbo illuministico e seguaci della mera conservazione. 

Enrico Cavalli

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