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SOCIAL'AQ/ La riapertura dei Portici scatena atteggiamenti contrastanti: perchè?

Mercoledì 12 Agosto 2020 di Sabrina Giangrande
Uno dei tanti selfie sui Social nel tratto dei Portici riaperto
L'AQUILA Alcuni giorni fa è stato riaperto il primo tratto dei Portici, quello che va da piazza Duomo a via Tre Marie: da quel momento in poi, tantissimi aquilani hanno deciso di immortalare (spesso con dei selfie) l’istante del loro passaggio sotto i Portici, ognuno a modo suo, attraverso i canali Social, Facebook, Instagram, con frasi entusiaste, intrise di emozioni intense per un pezzo di portici riportato finalmente alla fruizione pedonale, rimasti per troppo tempo interdetti al passaggio perché in ristrutturazione post sismica, esattamente undici anni e novantanove giorni (davvero tanti, troppi), punto di riferimento di generazioni di giovani aquilani e non.
Ma non tutti riescono a provare le stesse sensazioni, anzi in molti hanno ironizzato su un eccessivo fenomeno di emulazione- selfie via Social. Ogni individuo ha vissuto in modo del tutto personale tale riapertura “storica”. Come si spiegano queste differenze così marcate?

«Esplorando il comportamento della psiche umana vengono fuori differenti tipologie di pensieri e azioni. Quando si vivono lutti ed eventi traumatici collettivi - spiega così il fenomeno, Ilaria Carosi, giovane psicologa-psicoterapeuta, aquilana- una parte dell’integrità psichica è mantenuta dal permanere di punti di riferimento e affetti che ci assicurino continuità con il prima. Elementi che ci trasmettano l’idea che i due “lembi” strappati dalla ferita ricevuta potranno essere prima o poi riavvicinati, ricuciti, ricomposti. Anche questo significa essere dei sopravvissuti. Proprio per questo motivo, la riapertura di un piccolo tratto di Portici si porta dietro tanta emotività e partecipazione, perché ci riconnette con una parte di noi, malgrado si sia consapevoli che tanto è cambiato, negli anni».

«Recuperare quel pezzetto di Portici- insiste la Carosi-, esattamente come è accaduto ed accadrà ancora per altri luoghi simbolo della nostra città, equivale a esperire la costanza del sè, la permanenza di qualcosa che non è stato intaccato dall’impermanenza di alcuni luoghi e persone, né dai cambiamenti che si sono accompagnati ad una ricostruzione che ha comportato anche nuove acquisizioni. Camminare quei pochi passi o scegliere di non farlo, fotografarsi dentro quelle arcate e colonne proprio a dire e a dirsi “ci sono ancora”! Raccontarle a chi non ne ha conosciuto il senso, perché troppo piccolo per averne memoria oppure non ancora nato, sono tutte modalità per viversi questi anni di confine in cui siamo restati e resteremo sospesi più di altri in altre epoche o posti del mondo; tra quel che era, quel che è e quel che sarà. I posti che ci vengono restituiti hanno il merito di restituire senso al caos esterno e anche al disordine interno che gli eventi traumatici consuetudinariamente si portano dietro, rappresentando una cerniera, anche psichica, tra il prima e il poi».

«Un evento traumatico e una calamità naturale- conclude la psicologa- come un terremoto lo è, rappresenta un non-sense, un buco esperienziale, una interruzione nel senso di continuità personale. Si tratta di una ferita nell’integrità psichica che, come cittadini, leghiamo anche ai nostri luoghi del cuore, quelli in cui siamo vissuti e che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere fin da bambini, quelli cui si ancorano quei ricordi personali che hanno contribuito a formare la nostra storia individuale e familiare e che diventano parte della nostra stessa identità».

Sabrina Giangrande
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