La prigionia a Castel dell’Ovo di Enrico Sappia, cospiratore nizzardo che visse dieci anni in Abruzzo

Sabato 17 Aprile 2021 di Goffrede Palmerini
Enrico Sappia

L'AQUILA Fresca di stampa l'ultima opera di Elso S. Serpentini e Loris Di Giovanni “Il prigioniero dimenticato. La detenzione di Enrico Sappia a Castel dell'Ovo” (Artemia Nova). Viene descritto di Enrico Sappia, straordinario personaggio del nostro Risorgimento, un arco di vita di circa 4 anni, dal dicembre 1850 al febbraio 1854, la sua detenzione a Castel dell’Ovo a Napoli raccontata attraverso documenti reperiti in archivi di Napoli e Palermo. Una vita tumultuosa quella di Sappia, che lo portò per un decennio anche in Abruzzo, dove fu giornalista e docente fino al 1890. Gli autori hanno scandagliato la detenzione d’un personaggio singolare, la cui vita avventurosa attraversa la seconda metà dell'Ottocento, a diretto contatto con le maggiori personalità italiane ed europee del tempo.

Enrico Sappia era nato il 17 aprile 1833 a Toetto di Scarena, villaggio allora piemontese. Trasferitosi con la famiglia a Nizza, il giovane Enrico si forma nel Collegio dei Gesuiti seguendo studi classici. Appena quindicenne nel 1848 lascia la città per seguire Garibaldi nella prima guerra d’indipendenza contro l’Austria. Dopo la sconfitta si rifugia a Roma, dov’era stata costituita la Repubblica Romana e conosce Mazzini. Mentre le truppe francesi stanno per entrare a Roma riesce a fuggire e a imbarcarsi per Costantinopoli. Entra in contatto con irredentisti repubblicani che si ripromettono d’attentare ai sovrani d’Europa. Rientrato a Nizza avvia una rete di contatti segreti con repubblicani italiani e francesi. Nel 1850, a Torino, concorda una missione a Napoli, per attentare alla vita di Ferdinando II, ma appena vi arriva è arrestato dagli agenti borbonici e ristretto a Castel dell’Ovo, subendo una durissima detenzione durata 4 anni. Scarcerato nel 1854, torna in Piemonte e veste la divisa militare, ma quattro anni dopo lascia l’esercito. Inizia la sua peregrinazione a Torino, Firenze, Roma, Parigi. Si propone di coniugare pensiero mazziniano e socialismo rivoluzionario. Intensa l’attività giornalistica contro Napoleone III, tanto che viene condannato a 15 anni di carcere, ai quali si sottrae riparando a Londra. Nel 1874 torna a Napoli, poi va in Puglia, quindi a Teramo, dove insegna e pubblica numerosi lavori storici e d’arte. Resta in Abruzzo una decina d’anni fino al 1890, poi va a Caserta ad insegnare. Nel 1896 torna a Nizza, dove muore il 29 settembre 1906.

Questo bel libro contribuisce a far meglio conoscere Enrico Sappia, come si viene formando nell'età giovanile durante la detenzione, attraverso i rapporti della polizia borbonica e i suoi scritti, dai suoi comportamenti in carcere alla ricerca assai scaltra di rendere più tollerabile la pena. Mentre altri detenuti soffrirono infatti a Castel dell'Ovo sofferenze indicibili, il giovane Sappia seppe ricorrere ad incredibili stratagemmi per alleviare la detenzione, con un’eccezionale capacità di simulazione. Giocò con la polizia napoletana e con i suoi carcerieri con grande astuzia, promettendo rivelazioni, alcune vere ma mischiate ad altre false, al solo scopo di rendere la pena meno dura.

Usò l'arte della finzione. Le sue mosse furono sempre avvedute, pur avendo a che fare con vecchie volpi, che seppe ingannare e tenere avvinte alle sue reti con le sue capacità seduttive. La stessa strategia usò con il non meno esperto direttore del carcere, di cui seppe cogliere le debolezze, fino ad infiltrarsi nella sua famiglia, della quale si guadagnò le grazie. Le sue profferte di sudditanza al Re - che si proponeva di uccidere al suo arrivo a Napoli - sembravano sincere ma non lo erano, come non lo erano i pentimenti, l’abiura del settarismo, la conversione religiosa. Fu però per i Piemontesi un prigioniero dimenticato. Dopo la scarcerazione l'esperienza detentiva si rivelò importante per il cospiratore. Enrico Sappia ne farà tesoro quando diventerà agente segreto di Giuseppe Mazzini, cambiando mille volti e mille nomi per apparire e scomparire, quasi per incanto, in tutti gli scenari più importanti del Risorgimento italiano.

Goffredo Palmerini


 

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