Il dibattito sui Moti del ‘71 all’Aquila/ Caroccia: «Intere generazioni sono andate via»

Sabato 28 Novembre 2020
I Moti del 1971 all'Aquila

L’AQUILA Sul Messaggero della sorsa settimana c’era un articolo del puntualissimo Antonio Gasbarrini che denunciava lo smembramento dell’Accademia delle belle arti nel silenzio di tutta la città. Su Facebook, da giorni, si parla del rovinoso stato in cui versa l’Auditorium di Renzo Piano.

Anche questo sta avvenendo nel silenzio della città, per non dire della follia di usare i fondi del Recovery Fund per la ricostruzione post sisma, come se questo territorio non avesse bisogno di infrastrutture e di interventi per lo sviluppo. Potrei continuare ancora per molto, ma non avrebbe senso.

La stessa riflessione che si vuole aprire sui fatti del ‘71 è indubbiamente molto interessante, e di certo per costruire il futuro c’è bisogno di conoscere il passato; ma credo che in questo momento sia purtroppo superfluo, o peggio, che non ne abbiamo più il tempo. L’Aquila e il territorio che da Montereale arriva in Valle Peligna e oltre si trovano in una condizione forse di non ritorno. Questa striscia rischia di essere cancellata, e non per gli “scippi” con cui chi ha governato il territorio si metteva l’anima in pace, né per colpa del destino cinico e baro, ma semplicemente perché intere generazioni, quelle dai 30 ai 50 anni, sono andate via, e il dibattito rischia di diventare un triste amarcord.

Anche io ho delle immagini molto vive nella mia memoria, eppure senza alcuna utilità concreta per il futuro. Molti dei nostri giovani sono in Europa, in Italia e non all’Aquila, e quando mancano queste generazioni manca chi investe, chi crea e inventa nuove occasioni di lavoro, manca chi fa camminare l’Economia, chi si relaziona con il resto del mondo. Non c’è solo l’Università, c’è il Laboratorio del Gran Sasso di cui nessuno parla (da noi). Intorno a queste strutture altre città hanno costruito il loro futuro, da noi sono fuori dal dibattito politico, e ugualmente altre strutture di elevato spessore economico e di ricerca.

Ma il problema più serio in questo momento rimane il fatto che la pandemia ci ha cambiati, il mondo è già cambiato e pensiamo che si possa ragionare ancora sui milioni di euro che lo Stato ha donato a questa città per far vivere il ricco tessuto culturale che negli anni ‘50 e ‘60 era unico, e che poi si è impoverito perché diventato luogo per creare occupazione, spesso per i cortigiani dei vari partiti o rappresentanti di quei partiti, con il risultato che mentre in altri territori la cultura diventava un fattore trainante per lo sviluppo, qui diventava un peso che bruciava risorse in maniera indecorosa.

Credo, che più che parlare del passato bisognerà farsi venire idee, e queste ce le hanno i giovani ai quali faccio un forte invito a partecipare a questa grande sfida portando freschezza, creatività ma anche pensiero lungo. Alla fine della pandemia possiamo anche aprire un dibattito dove il ‘71 può fare da spartiacque, ma quest’anno verrà licenziata dalle scuole medie superiori una generazione che, fra terremoto e pandemia, la città non la conosce, non l’ha vissuta e finiti gli studi probabilmente andrà via senza aver avuto con essa nessun rapporto nel senso più profondo e continuativo del termine.

Insomma, discutiamo pure, anche io sento la mancanza delle belle assemblee, anche arroventate, ma avverto soprattutto l’urgenza di costruire progetti, di immettere forze nuove nel circuito cittadino e oltre. Non parlo del governo di questi territori e della città perché è inutile. Mi trovo in sintonia con questo governo, nessuno ci avrebbe scommesso all’inizio. Pur con qualche comprensibile sbandamento si stanno dimostrando bravi, forse anche di più. Diamogli una mano anche dal territorio. È vitale anche qui avere idee e una nuova e giovane classe dirigente. Questo è, a mio modesto avviso, il tema.

Edoardo Caroccia *
* Editore

 

PER LEGGERE GLI INTERVENTI  PRECEDENTI:

Mario Camilli

Antonio Andreucci

 

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