Guarnotta e Di Lello: «Noi, sopravvissuti del pool antimafia»

Leonardo Guarnotta
di Saverio Occhiuto
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Mercoledì 22 Luglio 2020, 14:18
«Eravamo in guerra, una guerra mai dichiarata allo Stato ma combattuta ogni giorno a Palermo. Sino alla fine». Così Leonardo Guarnotta, unico superstite assieme all’abruzzese Giuseppe Di Lello del pool antimafia voluto da Antonino Caponnetto, inizia a raccontare la storia di una squadra eccezionale. Gli altri due colleghi e amici fraterni di quel pool impegnato nella caccia a Cosa nostra erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ce n’è già abbastanza per capire l’importanza di questo prezioso lavoro appena approdato in libreria: «C’era una volta il pool antimafia. I miei anni nel bunker», firmato da Guarnotta con la prefazione di Attilio Bolzoni.

Un libro che non è solo uno strumento importantissimo per ricostruire la stagione del Maxi processo di Palermo e quella delle stragi del ‘92, conclusa con la eliminazione di Falcone e Borsellino, ma che raccoglie una serie di piccole perle conservate per decenni nella memoria di Guarnotta, che ora vengono consegnate ai lettori attraverso una serie di aneddoti gustosissimi. Nel libro, oltre all’abilità investigativa di quegli straordinari magistrati, vengono infatti messe in risalto le qualità umane e gli aspetti più personali dei colleghi del pool con cui Guarnotta ha condiviso anni difficilissimi ma esaltanti. Un libro che non racconta soltanto l’abilità e il rigore di quegli eroi impegnati nella guerra a Cosa nostra, ma ne mette a nudo i sentimenti più nascosti, spesso nelle loro umane fragilità e debolezze, mai così esposte al “pubblico” prima di questo lavoro. «Ecco - scrive Guarnotta -, ripensando ai componenti di quel meraviglioso gruppo, mi viene facile utilizzare una metafora calcistica e definire Falcone come il nostro Maradona, Borsellino una mezz’ala che sapeva dare la palla (ricordate un certo Rivera?). A me, scherzosamente, concedete invece il paragone con Gigi Riva (da sempre il mio idolo). Infine c’era Di Lello, uomo dalla grande visione, che rivestiva il ruolo di allenatore, capace di farci riflettere anche per la sua profonda conoscenza del codice e della parte tecnica del nostro lavoro».

Poi, appunto, c’erano gli aspetti più personali dei quattro moschettieri del pool: «Il senso dell’humor di Giovanni - scrive Guarnotta - era intonato al suo carattere. Gli piacevano le freddure, quelle battute che ci metti un po’ a capire e ti lasciano perplesso. Ai giornalisti che chiedevano come stesse, lui rispondeva “in piedi”, se era alzato, oppure “seduto” se non lo era. E se citofonavi e dicevi: “Sono Leonardo”, lui rispondeva: io no”. E ancora: “Io e Paolo condividevamo un rito. Verso fine primavera ci portavamo al bar del Tribunale per consumare il nostro primo caffè freddo. Con il suo fare comunicativo e accattivante, e con l’indimenticabile sorrisetto sotto i baffi, Paolo pronunciava sempre la fatidica frase: “Leonardo, abbiamo vissuto un altro anno. Quasi a esorcizzare il pericolo che ormai incombeva”.

Le oltre 200 pagine di questo lavoro, che attraversa la lunga stagione del pool, con le sue sconfitte e le sue grandi intuizioni (come l’ottima gestione del pentito Masino Buscetta) si concludono con un appello dell’ex magistrato ai giovani, il suo vero punto di riferimento oggi, dopo aver lasciato l’ ultimo incarico di presidente del Tribunale di Palermo per dedicarsi all’attività di Segretario generale della Fondazione Falcone:
«Giovanni e Paolo non appartengono soltanto alla storia del nostro Paese ma sono ancora presenti tra noi e lo saranno a lungo perché la loro speranza in un domani migliore e il loro coraggio sono la stessa speranza e lo stesso coraggio ereditati e fatti propri da tutti coloro che li hanno amati».
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