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I cervi serbatoio del Covid, allarme in Abruzzo al top nei contagi

I cervi serbatoio del Covid, allarme in Abruzzo al top nei contagi
di Alessia Centi Pizzutilli
3 Minuti di Lettura
Sabato 7 Maggio 2022, 08:48

L'andamento della pandemia viaggia ormai a doppio binario: diminuiscono giorno per giorno i contagi Covid, ma i dati in termini assoluti restano molto elevati. È ancora l'Abruzzo infatti la regione con l'incidenza più alta d'Italia, secondo quanto emerge dall'ultimo monitoraggio dell'Istituto superiore di sanità e del ministero: il valore è di 901 casi ogni centomila abitanti, la media nazionale è di 559. In uno scenario in cui la campagna vaccinale può dirsi ormai conclusa, tanto che nella prima settimana di libertà quasi totale sono state somministrate appena 64 prime dosi, a preoccupare sono le nuove varianti.

Un articolo sulla rivista scientifica Nature, in cui si parla dei cervi come serbatoi naturali del Covid in cui il virus potrebbe mutare fino alla creazione di nuove varianti, ha sollevato più di una preoccupazione in una regione come l'Abruzzo in cui i cervi stanno già vivendo un momento critico per via del disegno, più volte manifestato dalla Regione, di gestire la popolazione faunistica attraverso gli abbattimenti. «Per fortuna questi splendidi animali non possono trasmettere il virus all'uomo. Possono rappresentare dei serbatoi, ma non infettano l'uomo», tiene a precisare l'infettivologo Alessandro Grimaldi, primario all'ospedale dell'Aquila.

In Abruzzo abbiamo una testimonianza diretta di questo fenomeno che riguarda il mondo delle malattie infettive: «Il virus dell'epatite E - ricorda Grimaldi - potrebbe essere trasmesso anche con la carne di cinghiale». A essere maggiormente contagiati, secondo la ricerca, sono i cervi dalla coda bianca che si contagiano dagli esseri umani e poi diffondono il virus ad altri cervi, ma non ci sono prove del contrario. Di fatto, l'altissima circolazione e una malattia molto più lunga in questi animali, che offrono in modo naturale l'opportunità al virus di adattarsi ed evolversi, potrebbe portare alla creazione di nuove varianti pronte a diffondersi fino al salto di specie. «Il dato che emerge dall'articolo ci dice che bisogna stare attenti e osservare sempre quello che accade intorno a noi, ma dimostra che il virus può essere trasmesso dall'uomo agli animali e non il contrario. Questi animali, una volta infettati, potrebbero diventare potenziali serbatoi per nuove mutazioni - sottolinea Grimaldi, che smorza possibili allarmismi - ma è presto per dire se queste varianti possano riemergere in futuro e diventare un problema per l'uomo oppure no».
 

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