Campo Felice, lo sciatore sopravvissuto alla valanga: «Avevo solo un braccio libero, così sono riuscito a salvarmi»

Lunedì 5 Febbraio 2018 di Stefano Dascoli
L'AQUILA - Il confine tra la vita e la morte è un braccio che resta miracolosamente fuori dalla neve. «Così sono riuscito a pulirmi la faccia, a respirare e a chiedere aiuto urlando» dice Amerigo Guerrazzi dal letto d'ospedale, dopo essere miracolosamente scampato alla tragedia che lo ha privato di due amici strettissimi, due compagni di avventure, due amanti dello sci come lui, gettando nello sconforto tre famiglie unite da sempre. Uno strazio.

IL RACCONTO
Poche parole, affidate al figlio Luca, che si aggira tra i corridoi con la tuta da sci ancora indosso. «Stavo sciando, ero un po' più dietro degli altri - è il racconto fornito da Guerrazzi - Eravamo nei pressi degli alberi. All'improvviso mi sono sentito spinto da dietro. Ho sbattuto con la schiena contro un tronco. Mi sono ritrovato sommerso dalla neve, ma mi sono reso conto che un braccio era libero, mentre il resto del corpo era bloccato. Sono riuscito così a pulirmi la faccia e a gridare».

«TUTTI ESPERTISSIMI»
«Erano tutti sciatori espertissimi, veniamo qui da sempre, conosciamo ogni centimetro. Si erano tenuti molto a lato proprio per evitare il centro» aggiunge Luca, quasi a voler spiegare il perché di quella traiettoria azzardata. Amerigo ha sperato per un momento che almeno uno dei due amici fosse riuscito a evitare il muro bianco.
«Papà all'inizio pensava che uno degli altri fosse riuscito a schivare la slavina e che fosse andato a chiamare aiuto - racconta Luca - Purtroppo non era così. Lui è finito su un albero con la schiena, ma è rimasto con un braccio fuori. Ha urlato per farsi trovare. Per fortuna lo strato di neve che lo ha coperto non era altissimo».

«NON PENSAVO AL PEGGIO»
È drammatico il racconto di quei minuti. «Stavo sciando - dice Luca - e ho visto la valanga. Ho detto a un mio amico: Si è staccato l'anfiteatro. Non pensavo al peggio. Ho fatto un paio di piste, quando sono arrivato giù mi hanno detto che papà era stato travolto. All'inizio non ci avevo creduto. Poi è arrivato il panico: quando non si trovano per un'ora in genere è dura. Ho sperato quando mi hanno detto che c'era un sopravvissuto, ma rivedere mio padre non ha lenito il dolore per gli amici che non ci sono più».

L'OSPEDALE
All'ospedale il dolore dei familiari è straziante. Piangono e si stringono in un unico corale abbraccio. Ci sono mogli, figli, parenti, amici. L'Asl li sistema, al caldo, nell'aula multimediale intitolata ad Alice Dal Brollo dove, in mezzo al pomeriggio, arriva anche il dg Rinaldo Tordera a porgere le condoglianze. E' solo un momento di calore, in mezzo a tanta incredulità. Ultimo aggiornamento: 10:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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