L'Aquila, frutta di provenienza incerta: cinque quintali al macero

Sabato 9 Marzo 2019 di Marcello Ianni
L'AQUILA - Non c’era alcun documento che potesse attestare la tracciabilità del prodotto e così al macero sono finiti circa cinque quintali tra frutta e verdura. E’ costato caro ad un egiziano, titolare a San Demetrio di una rivendita di frutta e verdura, l’errore di non avere curato nell’ambito della propria attività di commercio questo aspetto, ritenuto fondamentale per il legislatore per comprendere sia l’aspetto legato alla produttiva che va dalla raccolta al commercio all’ingrosso e quindi al dettaglio del prodotto, ma anche per verificare il rispetto delle norme tributarie. E così nei giorni scorsi i militari del Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) di Pescara, su segnalazione del Ministero della Salute, insieme agli ispettori della Asl dell’Aquila, e dei carabinieri della stazione di San Demetrio (diretti dal maresciallo Alessandro Mastropietro), questi ultimi da tempo impegnati in attività di monitoraggio del negozio, hanno deciso di effettuare un controllo più accurato sul negozio.

Il titolare del piccolo negozio, per attirare l’attenzione dei residenti del popoloso Comune della periferia est della città, ha deciso (contro legge) di esporre la merce all’aperto. Elevate sanzioni amministrative per circa 3 mila euro ed accertate anche carenze igienico sanitarie che hanno comportato alla chiusura del locale che potrà riaprire al termine delle avvenute prescrizioni.

Il colpo più duro nel complesso dell’attività ispettiva, è stato il sequestro della merce, circa cinque quintali, che andrà in distruzione vista l’assenza della tracciabilità e quindi della pericolosità insita in caso di assunzione. Quella portata a termine dai carabinieri della stazione di San Demetrio, è un’appendice dell’operazione portata avanti dalla Procura della Repubblica dell’Aquila, (Nipaf e sezione di Pg della Forestale) con respiro nazionale, del maxi sequestro di 8 tonnellate tra l’Aquila e Roma di falsi sacchi biodegradabili che se immessi nell’ambiente, soprattutto nel mare avrebbero comportato danni incalcolabili all’ecosistema. Gli investigatori del Nipaf sotto il coordinamento del pm Fabio Picuti sono riusciti ad interrompere tutta la filiera di produzione delle buste di plastica prodotte in Egitto e fatte arrivare nelle attività commerciali gestite nella maggior parte dei casi da egiziani. © RIPRODUZIONE RISERVATA