Coronavirus, non c'è posto in Rianimazione in Abruzzo: Antonio trasferito a Caserta

Venerdì 4 Dicembre 2020
Coronavirus, non c'è posto in Abruzzo: Antonio trasferito a Caserta

In un lungo post Enzo Di Natale, sindaco di Aielli, in provincia dell'Aquila, racconta una storia di assistenza amorevole ma anche di carenza di posti letto ai tempi del Covid-19.  E di fragilità. «Antonio è un anziano aiellese che purtroppo un po' di giorni fa si è preso il covid. Scoprì di averlo grazie ai nostri tamponi antigenici. Inizialmente sembrava stesse bene, poi è sopraggiunta la febbre e i problemi di saturazione di ossigeno nel sangue. Antonio aveva bisogno di ossigeno, ma le bombole, da queste parti, sono una rarità, non si trovano e Antonio martedì viene portato in ospedale. La diagnosi non è buona: polmonite bilaterale».

 


«Antonio ha 86 anni e ha anche qualche fastidio alle ossa, ma tutto sommato godeva di ottima salute.
Per 4 notti è costretto a rimanere nei locali Obi dell'ospedale di Avezzano. Obi sta per Osservazione Breve Intensiva. Breve non potrebbe significare 4 notti, eppure Antonio rimane parcheggiato lì da martedì a sabato, su un letto barella. Accudito dal calore e dalla professionalità di medici e infermieri, che con spirito di sacrificio provano a colmare le assenze del sistema, ma Antonio rimane pur sempre in una stanza, angusta, senza finestre, senza ricambio d'aria, senza alcun comfort, solo. Finalmente sabato si libera un posto, viene ricoverato nel reparto di Malattie Infettive. Ieri però Antonio ha un peggioramento, poco ossigeno nel sangue, ha bisogno di essere intubato in una terapia intensiva» prosegue il sindaco.


«Purtroppo Avezzano non può e nemmeno L'Aquila, o meglio, un posto libero a L'Aquila si crea, ma pare si decida di occuparlo con una persona più giovane. Nella nostra regione, a fine novembre 2020, si è costretti a scegliere chi curare. Antonio in tarda serata viene trasferito d'urgenza a Caserta, in Campania, in una rianimazione che dista più di 200 km da qui, intubato. Spero con tutto il cuore che possa guarire e tornare a casa, dalle sue figlie, che non hanno potuto salutarlo, che fino a mezzanotte di ieri non sapevano nemmeno in quale ospedale fosse, che stanno vivendo un incubo, ormai da una settimana. Questa però è la situazione della sanità nel nostro territorio e non è normale tutto quello che sta succedendo. Si poteva e si doveva gestire meglio questa seconda ondata. Non è stato fatto, ora i cittadini, quasi sempre i più deboli, ne pagano le conseguenze. Questa è la triste realtà».

Ultimo aggiornamento: 12:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA