Sanitopoli, Lorenzetti show in aula
Il giallo delle date e l'accordo sui posti

Mercoledì 16 Aprile 2014 di Ele Priolo
PERUGIA - Una leonessa in gabbia. Ce la mette tutta per mantenere il low profile imposto dalla strategia difensiva. Ma non si tiene, Maria Rita Lorenzetti.

In tribunale per difendersi dalle accuse del processo Sanitopoli (imputata insieme ad altre 9 persone) è incontenibile: mentre giudici e pm ascoltano le testimonianze, lei cammina per l’aula, spiega a tutti «la follia» delle accuse, gli errori e «il non comprendere la prassi» e consiglia gli avvocati (tutti) su cosa puntare e cosa chiedere. Zarina. Nel dna.



Ieri il processo per falso e abuso di ufficio, legati alle assunzioni alle Asl considerate pilotate dai pm Mario Formisano e Massimo Casucci, ha visto gli imputati al banco dei testimoni. Attesa la testimonianza proprio dell’ex presidente della Regione, ma l’avvocato Luciano Ghirga ha considerato più opportuno non farla sedere davanti ai giudici, che decideranno in base alle parole dei due interrogatori in cui al massimo ha parlato di sciatteria amministrativa. Sul banco sono saliti l’ex assessore alla sanità Maurizio Rosi e l’ex dirigente regionale alla sanità Paolo Di Loreto, imputati insieme a Sandra Santoni, ex braccio destro della ex governatrice, all'ex manager della Asl 3 Gigliola Rosignoli, più i dirigenti e segretari regionali Franco Biti, Francesco Ciurnella, Giuliano Comparozzi, Luca Conti e Giancarlo Rellini.



Sei ore di testimonianze, comprese quelle di un carabiniere e di due dipendenti della Regione chiamate a spiegare prassi e regole delle delibere regionali. Sei ore in cui Lorenzetti ha provato a distrarsi parlando anche di moda, ma in realtà sgualcendo il testo del regolamento della giunta per spiegare a tutti (non ai giudici) che la verità per contestare le accuse è tutta in mezza paginetta delle tavole della legge di palazzo Donini. Quattro articoli che per la difesa spiegano tutto e per la procura invece non sono il cardine su cui girano le accuse, che vogliono due delibere (la 49 e la 1402 del 2009) al centro dell’inchiesta, per quelle correzioni a penna che portano da 3 a 4 (più uno) i posti da autorizzare alla Asl 3 e che, anche se non hanno dato il lavoro a Santoni, hanno aperto la strada per una sua sistemazione da «tremila, 3500 euro al mese, così campo bene» con la Lorenzetti non più ricandidabile e le elezioni alle porte.



Perché la guerra è tutta sulle date, più che su tecnicismi e prassi forse nasometrica. C’è una delibera di ottobre e le richieste di posti fatte dalle Asl solo di novembre. «La giunta ha deliberato sul nulla», sostengono i pm. «No - insiste la Lorenzetti - le richieste possono essere anche verbali e l’assessore conosceva le esigenze da anni». «Mi basavo sulle richieste dei direttori generali - ha confermato Rosi -. Li incontravo e valutavo la situazione in base alle esigenze del servizio. A Foligno servivano cinque posti e tanti ne ho proposti». E le due delibere, urgenti e dall’iter diverso (come spiegato con precisione dall’avvocato Nicola Di Mario), portate in giunta «senza nessuna volontà di fregare», dice Rosi.



Che spiazza con una novità: «Di quella delibera non ho mai parlato neanche con Rosignoli. È frutto di un accordo con il sindacato dei precari». Accordo in cui, tra le carte del processo, non ci sarebbe menzione, fa notare Casucci, se non in un documento istruttorio che parla di un’intesa del 2006 che non sarebbe però quella raccontata in aula. La verità nella prossima udienza quando sarà sentito Maurizio Valorosi, il sindacalista dell’accordo senza Rosignoli. E sulla correzione? «È stato Rellini, un dirigente che ha fatto risparmiare milioni alla nostra sanità. Un errore. Su mia richiesta? Gli avrò detto che ne serviva uno in più. Ma sarei un deficiente se gli avessi fatto fare io la correzione a penna».



Ma è proprio quel posto in più che fa sparare ad alzo zero i pm: per chi era quel posto? Per la Santoni, è l’accusa. L’ex braccio destro in effetti non è stata assunta all’Asl con un contratto a tempo determinato grazie a quelle delibere, che però - una in particolare - avrebbero aperto la strada a quel 15 septies ottenuto per un trasferimento e senza aspettare il concorso di cui parlava Rosignoli al telefono nelle intercettazioni negate dal collegio. «Ha ricevuto pressioni per quel posto?», chiede Formisano a Rosi. No, la risposta. Che diventa un «non credo», quando il pm insiste e ricorda la telefonata ricevuta da Santoni di cui non si può parlare in aula. «Per me le intercettazioni sono utilizzabili», si smarca Rosi. E ricorda la telefonata del 30 dicembre 2009, successiva a delibera (da perfezionare) e alle richieste, in cui Santoni spiega che il dirigente deve fare la «lettera per gli amministrativi. Mi riguarda - hanno trascritto i carabinieri - perché uno di quelli, se le cose vanno male, dovrei essere io. E quindi non fa’ lo stitico. Io non ho chiesto mai niente per me... Non voglio ritornà in Comune dopo 15 anni». «Gigliola ha bisogno dell’autorizzazione del posto - riassumono i carabinieri -. Rosi dice che non c’è problema, Santoni dice che non deve far tagliare i posti e l’assessore risponde: “messaggio ricevuto”». Ultimo aggiornamento: 23:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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