Raffaele Sollecito insulta il pm
e parte un nuovo processo

Giovedì 3 Aprile 2014 di Egle Priolo
PERUGIA - Come sempre è tutto presunto e come sempre, nel caso dell’omicidio di Meredith Kercher, tutto può essere ribaltato a ogni sentenza.

Anche nei processi annessi, come quello per diffamazione (contro il pm Mignini) e vilipendio (contro la polizia) in cui sono indagati Raffaele Sollecito, condannato per l’omicidio della studentessa inglese assieme alla ex fidanzata Amanda Knox, e lo scrittore-giornalista inglese (ora irreperebile) Andrew Paul Gumbel. Diffamazione perché molti parti del libro “Honor bound”, di cui entrambi sono autori, contiene, per l’accusa, svariate parti infamanti.

Più che frasi (presuntamente) infamanti si tratta di interi capitoli del libro riportati in quella che tecnicamente viene chiamata conclusione delle indagini e in pratica annuncia la richiesta di rinvio a giudizio e quindi il processo. Si comincia dalla prova principe (poi smentita dai fatti) contro Sollecito. Scrivono i due indagati: «La principale prova che Mignini dovette portare all’udienza preliminare erano le mie Nike e fece di tutto quello che poteva per renderle incriminanti possibile...». E ancora: «...la polizia aveva solo le foto delle mie scarpe, non di quelle incriminate (cioè dell’impronta ndr). In qualche modo, giunsero alla conclusione che le mie Nike erano la stessa marca, modello e numero di scarpe dell’impronta sul pavimento di Meredith. Non c’era dubbio su ciò». Poi i fatti dimostreranno che l’impronta era di Rudy Guede, il terzo condannato per il delitto della studentessa inglese e che le scarpe non potevano essere (per numero) di Sollecito. Quindi tocca alla conduzione del processo da parte di Mignini. Scrive la coppia Sollecito-Gumbel: «Una delle ragioni per cui le nostre udienze erano così lontane l’una dall’altra era che Mignini stava combattendo la sua propria, separata battaglia legale per parare le accuse di abuso nell’attività investigativa». E il collegamento va al caso del mostro di Firenze collegato alla morte del medico perugino Francesco Narducci condotta da Mignini. Sostiene Sollecito (difeso in questo processo dall’avvocato Alfredo Brizioli): «Io credo che il nostro processo fosse, tra le altre cose, un grande diversivo allo scopo di mantenere l’attenzione dei media lontano dalla battaglia legale condotta da Mignini a Firenze, e per fornirgli quella vittoria in un processo di alto profilo di cui aveva disperatamente bisogno per ripristinare la sua reputazione». Perché, spiega il giovane pugliese: «...proprio come fece per il caso del mostro di Firenze, Mignini usò ogni strumento a sua disposizione contro i suoi critici e avversari...la raffica di querele da parte di Mignini ebbe un immancabile effetto raggelante, specialmente sulla stampa italiana, e giocò un ruolo chiaro nel puntare l’opinione pubblica contro di noi». In sostanza, l’accusa contro Sollecito e il britannico Gumbel è quella di avere sostenuto come l’idea di Mignini nel perseguire chi ostacolava l’inchiesta fosse parte di un piano studiato a tavolino da pubblico ministero per piegare l’inchiesta e il processo dalla sua parte. Con un passaggio chiaro, almeno per l’accusa del pm fiorentino Giuliano Giambartolomei: «Il suo approccio (di Mignini, ndr) - dice Sollecito - era particolarmente vendicativo». Abbastanza per l’accusa di diffamazione.

Ultimo aggiornamento: 4 Aprile, 18:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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