Attenzione ai tweet e al Web: l’allarme filosofico di Fabris e Ferraris

Lunedì 14 Settembre 2015 di Carmine Castoro
Filosofia e tweet. Pensiero critico e messaggistica breve. Sono due elementi che possono arricchirsi e declinarsi vicendevolmente, o non piuttosto poli che si respingono, quando non si cannibalizzano l’un l’altro, in un rapporto che è più bellicoso che armonioso?



L’allarme lo solleva Adriano Fabris, docente di Filosofia morale a Pisa ed esperto di temi inerenti l’etica della comunicazione. La sua ricerca confluita in un pamphlet molto gradevole ed acuto dal titolo “Twitter e la filosofia” (Edizioni ETS, pagg. 63, euro 10) parte proprio dall’aver inserito alcuni aforismi-cinguettii sulla Rete per vedere se creavano un rizoma di contributi e personalizzazioni, una matassa di nodi e agganci euristici, se, insomma, sviluppavano una conversazione utile e proficua che partisse da presupposti teorici condivisi e si allargasse a valutazioni nuove, a una sorta di crossmedialità dell’apprendimento.



L’esito di questo suo info-esperimento, sottolinea Fabris con una certa amarezza, è stato negativo. “Twitter infatti rischia di appiattire la comunicazione: abbassando i contenuti per aumentare i followers. E così, spesso, i tweet finiscono per essere simili alle brevi riflessioni contenute nei bigliettini che avvolgono i Baci Perugina”; “Twitter è usato soprattutto per condividere notizie di eventi filosofici - letture, incontri, conferenze -, per promuovere libri, per diffondere brevi citazioni di autori classici, per far circolare qualche pensiero più o meno profondo. Non, però, allo scopo di far filosofia sistematicamente e in prima persona, né per costruire quest’esperienza insieme con altri”.



Ecco, dunque, emergere una patologia intrinseca al discutere e all’esprimersi attraverso formule short di interazione: i tweet sono una forma di condivisione di micro-dispacci, elucubrazioni, impressioni, dimostrazioni narcisistiche di competenze non possedute, ma nulla che possa avvicinarli a una reale partecipazione, a un metodo maieutico, diremmo socraticamente, che porta a partorire la verità dopo un certo numero di botte e risposte. La filosofia non “canta” in 140 battute, forse perché i versi dell’“uccellino” informatico non riproducono la sonorità del pensiero e della trasparenza intellettuale. Che comportano sapienza, rispetto del principio di realtà, il duro esercizio della verifica, la non retorica e casuale argomentazione dei propri punti di vista.



Su Twitter c'è “sequela”, dice Fabris, non un “testo” razionale, dialogico, controversiale, ma solo la metonimia, lo scivolamento pedissequo di tante cose profferite e scaricate (e forse nemmeno pensate), senza il reale desiderio di conoscere e attivarsi. Il flusso comunicativo, quindi, non diventa – come ci si aspetterebbe – asilo e refrigerio per la debolezza di ognuno che, nell’agorà telematico e in compagnia degli altri, trova suffragio ai propri dubbi o fonti nuove di auto-educazione, ma solo un rumoroso, inquinante e caotico agglomerato di voci appartenenti a soggetti che si autocertificano e si autolegittimano semplicemente sparandola più grossa, urlando il loro bisogno di grandeur, rivendicando spazi e aure che la vita non conferisce. Riproducendo così il triste, e per nulla superato, modello di affermazioni assertive confezionate come “slogan”, che richiedono folle di seguaci e sinfonie di applausi: identità che si specchiano solo nella loro ignoranza o nella violenza con cui vogliono zittire chi dissente da loro. “Il limite è di esibire online solo una chiusura, la possibilità è d’istituire, a partire da sé, una vera e propria relazione… Al posto del ricamo fatto di molti fili s’incontra solamente un filo unico, diretto: un’idea di comunicazione come trasmissione unilaterale di dati”.



Il rischio, allora, nell’uso di Twitter, sottolinea Fabris, è “l’eternizzazione della chiacchiera”, e che il dibattito sulle sue piattaforme non sia un’appropriata, autentica polifonia dove ci si confronta in nome di un sapere collettivo, ma solo una gragnuola di schegge parolaie, un deserto dove latitano proprio i contenuti, un caleidoscopio di reminiscenze scolastiche e di manie di protagonismo, forieri di un grande guaio sociale: “Twitter – così come gli altri Social Network, così come l’Internet in generale – non sembra funzionale alla costruzione e allo sviluppo di una democrazia qualificata, fatta di cittadini capaci di contribuire pariteticamente a sviluppare un discorso comune e ad assumere decisioni compartecipate”.



Ecco, allora, che appare la longa manus di una Forma, di una Struttura, la grammatica del medium stesso che si impone al messaggio, alla sua validità, alle sue umanissime sfumature, dettando tempistiche, calibri, ritmiche che assorbono e invalidano ogni più intelligente intenzione di partenza. Concetto espresso lucidamente da un testo davvero molto bello, “Mobilitazione totale” (Laterza, pagg. 109, euro 14) di Maurizio Ferraris, illustre filosofo teoretico torinese, quando vi si sottolinea che il Web è più un apparato che non dorme mai, che ci inchioda, ci stressa, alimenta le nostre informazioni come i nostri schemi di gratificazione e riconoscimento, in pratica muta viralmente e implacabilmente la nostra natura e la nostra cultura con la potenza di una “militarizzazione civile”, di un’ontologia invisibile, indistinta, neutra che detta comportamenti ormai stratificati nel tempo senza che possiamo identificarne più volontà operative e ideologie di appartenenza.



Semplicemente perché non ci sono mai state o si sono cristallizzate nella notte della nostra “mente collettiva”.



Telefonini, computer, tablet, smartphone, schermi televisivi – ci dice Ferraris – dobbiamo cominciare a vederli più nella loro dimensione tentacolare di costruttori delle nostre vite che di semplici strumenti che risolvono problemi o scattano foto, o ci intrattengono con news e programmi. In questo senso vengono ribattezzati ARMI, Apparecchi di Registrazione e Mobilitazione dell’Intenzionalità, perché attecchiscono nei nostri strati più profondi, mappano l’intimità, le nostre sequenze nervose e attentive, cablano i nostri orientamenti e le nostre predisposizioni, inquadrano la nostra energetica cerebrale e attitudinale. Per questo il Web è associato a un “collettore generale”, a una ”istituzione autopoietica”, a un “macro-archivio”, a un super-organismo dove si fissano tracce, documenti, azioni e reazioni, direzioni d’uso, iscrizioni, norme latenti che mai più mettiamo in discussione. In due parole: oggetti sociali coi quali intratteniamo il nostro rapporto col mondo, la storia, i simili.



Viviamo, insomma, grazie alla egemonia del virtuale e alle incessanti inferenze della Rete, in una Sfera dal moto perpetuo, apparentemente affidabilissima. In un ambiente il cui senso “emerge” e non sempre (quasi mai) ricade nella nostra personale giurisdizione o nelle nostre pratiche trasformatrici coscienti. Come in una caserma davanti a un colonnello intransigente, “di fronte al web, siamo a disposizione”, dice Ferraris. “Un fatto è certo. Il panopticon esiste ed è il web: un panopticon singolare, cieco, e con al posto di controllo non un essere umano bensì una memoria infinita, e con un sapere che è essenzialmente burocratico”.



La soluzione dei due filosofi al cospetto di cotante distopie è analoga. Se la tecnocrazia più sofisticata che governa il senso delle nostre cose e delle nostre emozioni si basa su imitazione, iterazione, istantaneità, dobbiamo cercare di interrompere questa Geometria Globale, non cadere nelle trappole formali dei media, ripartire dalle singolarità e dai contenuti che fanno a loro volta da media orizzontali, più creativi e meno asettici, e ritrovare una Bildung – dice Ferraris – che ridia unità culturale alle specializzazioni, puntare sull’”inutile” e non su ciò che si allinea al mercato, ritrovare l’apertura culturale e la dignità del sapere proprio a partire dalle “dipendenze strutturali” che sembrano soffocarci e spersonalizzarci. Solo così la jungla degli esseri “cinguettanti” e la grande tela del Web non saranno più non-luoghi mostruosi, ma ritroveranno un sentiero, una radura, un’oasi del sentire da cui ripartire per un nuovo viaggio dell’Umanità. Ultimo aggiornamento: 21:41