Roma, svelato al Celio il labirinto di laghi sotterranei

Sabato 27 Gennaio 2018 di Laura Larcan
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Il silenzio riempie lo spazio. Una volta entrati, non si percepisce più nulla della città caotica che vive in superficie a dieci metri d’altezza sopra le teste. La temperatura oscilla intorno ai 12 gradi e si riesce a cogliere tenue e ritmico solo un gocciolio d’acqua: sono le percolazioni naturali che da 1600 anni stanno plasmando stalattiti di cristalli cangianti, per poi alimentare autentici laghetti. «È acqua limpida, le analisi chimiche hanno rivelato che è batteriologicamente purissima», racconta Carlo Cusin, architetto dell’associazione di speleologi Roma Sotterranea. E davvero, nel buio tagliato dalle luci delle torce, questi bacini d’acqua appaiono come uno spettacolo. Siamo nel ventre del Celio, a pochi metri dal Colosseo, sotto le fondamenta del convento dei Padri Passionisti che abbraccia la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Ma soprattutto, siamo sotto le ciclopiche strutture architettoniche del Tempio dell’imperatore Claudio della metà del I secolo d.C. inglobate dal convento a partire dal 1100 (tanto per capirne la portata, basti considerare che la platea di questo santuario di 200 per 180 metri poteva contenere tutto il Colosseo di 180 per 156 metri). È qui sotto che l’équipe di speleologi guidata da Cusin, insieme agli archeologi della Soprintendenza diretta da Francesco Prosperetti, in sinergia con il Rettore della chiesa, padre Augusto Matrullo, sta portando avanti l’esplorazione e lo studio di un patrimonio sotterraneo inaspettato. Un sistema di cave romane, scavate fin dal IV secolo avanti Cristo, che si sviluppa per oltre due chilometri in una sequenza di “sale” dove le volte variano da picchi di otto metri a passaggi di appena un metro e mezzo. Un labirinto, dove è facile perdere l’orientamento, che custodisce una rete insospettata di laghetti dove l’acqua raggiunge i 10 gradi costanti: «L’origine è legata indubbiamente ad una falda acquifera superficiale, alimentata nel tempo anche dalle infiltrazioni d’acqua, purificata dallo strato di tufo - avverte Carlo Cusin durante il sopralluogo - Per questo il livello dei bacini varia in base alle stagioni e alle piogge. La siccità infatti ne ha prosciugato alcuni».

I COLORI
Se ne possono vedere quattro ora, spettacolari negli effetti cromatici, dove spiccano gli strati lattiginosi dei depositi di carbonato di calcio. Sembrano patine di ghiaccio. Sono i tesori naturali di un sistema caveale che ha il valore di un libro di storia. La Soprintendenza e Roma Sotterranea hanno cominciato a documentarlo dal 2004, ma da poco è stata intercettata una fessura da cui accedere ad un altro settore inedito, ancora tutto da esplorare: «Queste cave sono un unicum, perché scavate nel cuore di Roma, nella parte più antica della città, entro le Mura Serviane», sottolinea Simona Morretta, funzionario della Soprintendenza responsabile del Celio. Perché, come è noto, le “coltivazioni” di cave avvenivano sempre in zone periferiche. La storia del Celio riaffiora. «Lo sfruttamento delle cave parte in età repubblicana per continuare almeno fino al tardo impero - riflette Morretta - Non è escluso che lo stesso santuario di Claudio sia stato costruito con questo materiale». Il percorso è ricco di sorprese. Gli speleologi si emozionano nell’indicare tutte le curiosità di questo piccolo mondo antico. Sulle volte si leggono nitidi, come fossero stati incisi ieri, i solchi degli scalpelli dei “fossores”, gli scavatori. Sulle pareti si trovano piccole fessure dove gli operai poggiavano le lucerne a olio lampante (sono visibili persino le bruciature dopo duemila anni). Mentre rimangono un mistero alcune nicchie: «Forse le riempivano d’acqua per rinfrescarsi durante il lavoro», ipotizza Cusin. Pensare che antichi fili elettrici rievocano oggi l’uso delle cave come rifugio antiaereo durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio, 10:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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