ROMA

Pakistano massacrato a Torpignattara, negata la scarcerazione al barista: «Suo figlio uccise per non deluderlo»

Sabato 15 Novembre 2014 di Adelaide Pierucci

Si servì del figlio per dare una lezione a uno straniero che disturbava in strada. E il figlio, minorenne, sentì l'obbligo di obbedire al papà «per non deluderlo, come avrebbe fatto se avesse accettato passivamente lo sputo»

Sono queste le motivazioni che hanno spinto il Tribunale del riesame a bocciare la richiesta di scarcerazione per Massimiliano B., il barista di Torpignattara che la sera del 18 settembre, a torso nudo e dalla finestra, incitò il figlio diciassettenne ad «ammazzare e sfondare» a calci Shahzad Muhammad Khan, un pakistano di 27 anni colpevole di recitare ad alta voce - con l'incenso e un libretto in mano - litanie religiose lungo il marciapiede di via Pavoni a Torpignattara.

Il ragazzino venne arrestato nel giro di qualche giorno, il padre un mese dopo, per concorso in omicidio volontario.

Per il collegio presieduto da Gian Luca Soana, gli arresti domiciliari non possono essere accordati non solo per la gravità del delitto e l'incapacità di autocontrollo dell'imputato ma anche per il rischio di inquinamento delle prove. Già la sera dell'aggressione l'uomo - come ricostruito dal pm Mario Palazzi - fece in modo che il figlio si cambiasse la maglietta e le scarpe e minacciò una coppia che supplicava il ragazzino di farla finirla con i calci: «Spie. Fatevi i cazzi vostri», gli ha urlato. E li ha anche intimoriti sfondandogli il portone di casa, cosa che ha indotto i due ad andarsene portandosi solo una valigia. Il clima di Torpignattara si percepisce in una telefonata a una amica della testimone messa in fuga: la donna è terrorizzata e dice di sentirsi incapace di vivere serenamente in un quartiere in cui ci sono state manifestazioni di solidarietà e applausi dopo l'omicidio.

Quella sera, Massimiliano B. infastidito dallo straniero, aveva lanciato una bottiglia d'acqua dal terzo piano sfiorandolo: «A testa de c...vattene!». In quel momento era arrivato il figlio in bici: «Gonfialo, ammazzalo», lo ha incitato. Il ragazzino, evidentemente avvezzo, secondo i magistrati, a ricevere simili insegnamenti, ha obbedito. La raffica di calci di inaudita violenza è stata la risposta a uno sputo del pakistano che non accettava di stare zitto e di smettere di pregare.

Ultimo aggiornamento: 08:59

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