Roma, mazzette ai giudici corrotti per annullare le cartelle Equitalia

Domenica 22 Dicembre 2013 di Adelaide Pierucci
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Quaranta giorni per annullare una cartella esattoriale Equitalia di cinquantacinquemila euro. Trenta per la revoca della sospensione della patente. Ancor meno per la restituzione di un'auto sequestrata. Era una giustizia celere e con esito sempre favorevole al ricorrente quella garantita, sotto pagamento di mazzette, dai due giudici di pace di Roma, arrestati lunedì dalla Procura di Perugia con l'accusa di corruzione di atti giudiziari. Alfonso Colarusso e Giuseppe Martella, per i pm, avevano un metodo collaudato per «mercificare la funzione giudiziaria».



La richiesta esattoriale E’ nel 2012 che Martella annulla una cartella esattoriale da 55mila euro, cancella l’ipoteca iscritta sull’immobile di un commerciante cinese e condanna Equitalia al pagamento di 2.100 euro di spese processuali. Qualche mese dopo, gli investigatori intercettano una telefonata tra l’avvocato Massimo Martella, anche lui finito ai domiciliari, e il figlio del commerciante, che prendono accordi sulla somma da pagare.



Giustizia celere I due indagati si autoassegnavano tempestivamente i procedimenti ed emettevano, in tempi altrettanto rapidi, provvedimenti favorevoli. Il tutto a danno della collettività. Perché, quando ai tassisti abusivi in servizio a Termini venivano restituite patente e auto sequestrate, dietro il pagamento di mazzette tra i 2000 e i 4000 euro, spettava alla Prefettura pagare le spese di giudizio, in media 500 euro a sentenza. Le motivazioni delle decisioni pilotate si trasformavano in assurdità giuridiche, così, quando i tassisti abusivi, in tempi record, si presentavano negli uffici della Polfer per ottenere il dissequestro delle auto, gli agenti scoprivano circostanze oggettivamente inverosimili a discolpa dei denunciati. I tassisti, per esempio, non venivano considerati abusivi in quanto le persone che viaggiavano sulle loro auto erano parenti, anche se di nazionalità diverse, e non clienti. O, peggio ancora, i colleghi che avevano presentato le contestazioni avevano preso un abbaglio, perché nessuno dei denunciati, secondo le sentenze, aveva lavorato senza regolare licenza. E così “Marco l'egiziano”, l'italiano “Napoleone”, e “Paolo l'Egiziano” sono tornati a Termini.



A firmare i provvedimenti che “assolvevano” i tassisti abusivi, alla fine, erano sempre gli stessi magistrati non togati, Colarusso e Martella, a difenderli era lo stesso avvocato, Massimo Mirabella, e a testimoniare a loro favore sempre la stessa persona, Rocco D'Alessandro, tassista con licenza regolare ma, per soldi, complice degli abusivi. Tutti e cinque ai domiciliari per corruzione in atti giudiziari.



Le marche taroccate L'avvocato Mirabella intanto è finito in carcere: lunedì ha ricevuto un’altra ordinanza per associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione e vendita di valori bollati contraffatti insieme ad altri 12 indagati, compresi i gestori della tabaccheria interna al Tribunale civile di Roma. Mentre i pm indagavano sulla corruzione, hanno scoperto che l'avvocato civilista e penalista, indaffarato a pilotare sentenze e ritirare bustarelle, corredava anche gli atti giudiziari con valori bollati taroccati che si faceva consegnare da un cancelliere del giudice di pace penale di Roma, Pasquale Acanfora (anche lui in carcere). Valori clonati in una stamperia di Somma Vesuviana, sequestrata dal pm di Roma Silvia Sereni. Mirabella, interrogato ieri, dopo l’arresto per contraffazione, si è difeso: «È stata una leggerezza, ma contesto l'accusa di associazione, non ho mai conosciuto gli altri indagati». Presto dovrà rispondere anche dell’accusa di corruzione. Il difensore, l'avvocato Francesco Tagliaferri, spera di ottenere la scarcerazione: «Mirabella - dice - è molto ferrato sul codice della strada, ecco perché vinceva le cause. Del passaggio di soldi non ci sono prove». Ultimo aggiornamento: 23:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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