Cento donne per cento miglia: la marcia delle immigrate messicane per vedere il Papa

Mercoledì 23 Settembre 2015 di Giulia Aubry
Alcune delle donne in cammino verso Washington
Sono partite la scorsa settimana da una cittadina della Pennsylvania per vedere il "loro" Papa. Cento donne, prevalentemente immigrate dal Messico, hanno sfidato la pioggia, la fatica per far sentire la loro voce e raccontare storie di sofferenza, morte e discriminazione, mitigate solo dalla loro fede incrollabile.



A raccontare la loro storia è il sito di informazione Mashable che ha intervistato una di loro, la trentatrenne Esmeralda Dominguez, una donna coraggiosa e sorridente sotto il fazzoletto che protegge la testa calva, conseguenza della chemio cui si sta sottoponendo per un tumore alle ossa. Se dovesse morire a causa della sua malattia, Esmeralda non potrebbe lasciare suo figlio al padre, entrato illegalmente negli Stati Uniti, e che - pertanto - non può ottenere la residenza e, di conseguenza, l'affidamento del bambino in caso di scomparsa della madre.



"Voglio far conoscere la storia di mio marito a Papa Francesco e, attraverso di lui, agli Stati Uniti e al mondo" ha detto Esmeralda. E alla sua voce si aggiungono quelle delle altre donne immigrate che hanno partecipato a questa "marcia di fede e amore", e vivono simili situazioni di disagio economico e familiare e che, spesso, sono lasciate sole.

Le donne hanno percorso dalle 10 alle 12 miglia ogni giorno, senza uno specifico allenamento a un simile sforzo fisico. La forza di Esmeralda e delle altre 99 donne viene sicuramente dalla loro fede, ma soprattutto dalla consapevolezza di star facendo qualcosa di molto importante, più che per loro stesse, per i loro cari e le loro famiglie.



Per la comunità cattolica statunitense non è sempre facile far sentire la propria voce nel paese. Per molti anni termini come "papisti" o "cattolici" sono stati utilizzati con una connotazione negativa dagli appartenenti alle religioni cristiane più rappresentate negli USA. La visita del Papa, per molti cattolici statunitensi, non è quindi solo un momento di incontro con Francesco - che rappresenta, comunque, una speranza per tutte le minoranze e per un ideale di giustizia e uguaglianza che travalica, in alcuni casi, la stessa religione - ma un veicolo importante per rappresentare sè stessi e, nel caso degli immigrati sudamericani, superare la retorica che li vede da sempre confinati in un ruolo di comprimari, in figure lavorative identificate prevalentemente nel servizio, nell'immagini di illegali sempre e comunque. Ultimo aggiornamento: 17:50

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