Scuola, rivoluzione per risparmiare: chiudono quelle sotto i mille studenti

Sabato 21 Dicembre 2013 di Alessia Camplone
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ROMA - Numero tondo mille. Il ministero dell’Economia e finanze non sembra voler sentire ragioni: le scuole non potranno avere meno di mille studenti altrimenti dovranno chiudere.

È il cosiddetto “dimensionamento” che da due anni, da quando cioè è stata approvata la Tremonti-Gelmini, è la spada di Damocle che pende sulla scuola italiana. Il fine: razionalizzare e ridurre la spesa pubblica. Un dimensionamento che va avanti un po’ a fisarmonica, tra leggi, provvedimenti, proteste, ricorsi e sentenze. E che ora prospetta la chiusura di altre 800 scuole dopo le oltre 2.500 chiuse nel 2011.



MINISTERO ECONOMIA

La Conferenza Stato-Regioni, che avrebbe dovuto portare a ritoccare il parametro degli alunni a meno di mille, non ha potuto sciogliere il nodo perché la questione all’ultimo momento è stata cancellata dall’ordine del giorno. «E’ pronta la chiusura di altre ottocento scuole - polemizza Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil -. Questo è l’ennesimo taglio, e anche pesante, dopo che ci è stato detto che non ci sarebbero più stati tagli».

Il confronto tra governo e Regioni (reclamano un numero minimo che non tocchi le quattro cifre) va avanti da tempo. Il ministero dell’Economia è un muro. L’unica eccezione concessa è per le scuole in montagna e nelle piccole isole (il parametro previsto è di 400 alunni). Si era ipotizzato un accordo a 950 con le Regioni che si sentivano forti dell’appoggio del ministero dell’Istruzione che, non competente in materia, aveva lo stesso cercato di intervenire con il decreto Istruzione dando alla Conferenza unificata il compito di fissare i criteri per il dimensionamento.



LE REGIONI

Ieri lo stesso ministero è stato costretto a inviare una nota agli uffici scolastici regionali dando indicazione di procedere al dimensionamento sulla base della normativa in vigore, che è di 1.000 alunni. Tutto questo alla vigilia delle pre-iscrizioni (dal 21 gennaio al 28 febbraio). Mettendo in difficoltà le famiglie che si trovano adesso a scegliere tra istituti, dirigenti e offerte formative (i Pof) che potrebbero cambiare completamente prima di settembre.



Quella del dimensionamento è una questione annosa per la scuola. Da quando la Tremonti-Gelmini aveva imposto di creare istituti con non meno di mille alunni per razionalizzare e ridurre la spesa pubblica tagliando dirigenti scolastici e segretari. Un accorpamento che avrebbe comportato un risparmio nelle casse dello Stato di 172 milioni di euro con la chiusura di circa il 25% del totale delle scuole. Soprattutto scuole materne, elementari e medie che spesso sono state accorpate in istituti comprensivi e con numeri di alunni decisamente alti. Quasi la metà dei tagli al sud: in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Ma anche il Lazio da un anno all’altro si è trovato con trecento istituti in meno.



LA SENTENZA

Sette Regioni si sono rivolte alla Corte Costituzionale, che ha dato loro ragione in una sentenza, la 147 del 2012, dichiarando l’illegittimità del provvedimento perché erano state messe da parte pur avendo competenza in materia. Il governo Monti, che nel frattempo era subentrato, di fronte alla sentenza è intervenuto prevedendo nel disegno di legge di stabilità una norma in cui preannunciava una nuova intesa Stato-Regioni. Il disegno di legge poneva parametri meno rigidi e che avrebbero permesso di “salvare” una scuola su due, altrimenti destinata a scomparire o a fondersi con un’altra più grande. Solo un comma, che però accontentava tutti, Regioni e sindacati. Ma che è stato stralciato al momento dell’approvazione della legge. Ora si ricomincia. Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 15:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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