Intervista al ministro Lorenzin: «Ebola?
Battaglia vinta, il mondo ci applaude»

Domenica 4 Gennaio 2015 di Carla Massi
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«E ora il plasma di Fabrizio verrà spedito in Africa per curare altri malati». Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, il giorno dopo l’annuncio della guarigione del medico di Emergency colpito da Ebola, è ancora carica di entusiasmo. Dopo oltre quaranta giorni di alti e bassi, di coraggio e speranza ma anche di tanta paura tira uno, due, tre sospiri di sollievo nel suo studio che affaccia sull’isola Tiberina. Più del Tevere, è un fiume in piena. Sta ricevendo complimenti da ogni parte del mondo.



Felice che la vicenda si sia conclusa con il rassicurante (rassicurato) sorriso del dottor Fabrizio Pulvirenti tra i suoi colleghi dello Spallanzani, gli infermieri e tutti coloro che hanno partecipato alla delicatissima impresa, come i militari dell’Aeronautica che l’hanno trasportato in Italia dalla Sierra Leone dove lavorava con i malati di Ebola. Accanto al medico, al momento delle dimissioni dall’ospedale, c’era Beatrice Lorenzin sorridente anche per la gravidanza in corso, sono visibili i primi segni.



Ministro, ha ricevuto una telefonata anche da Papa Francesco, che le ha detto?

«Si è congratulato per l’esito positivo della vicenda. Per me un’emozione indescrivibile, il Santo Padre che ci chiama...Papa Francesco ci dà forza e coraggio di osare sempre di più per gli altri. E prega per pazienti e operatori sanitari».



Una telefonata anche da Napolitano, vero?

«Sì, anche lui si è complimentato con il ministero e lo Spallanzani per la gestione del caso. Ha apprezzato il lavoro di squadra, l’abnegazione dei medici, la professionalità di tutti».



Avete avuto paura, ha temuto che la vicenda finisse come per i missionari spagnoli vittime del virus?

«Diversi tipi di paura, quella sana che ti fa cercare di prevenire ogni rischio. Preoccupazione per le condizioni di Fabrizio Pulvirenti che, nelle prime settimane di dicembre, si sono aggravate in modo serio e per i possibili contagi. Come è accaduto, per esempio, negli Stati Uniti con l’infermiera».



Ma erano state fatte le simulazioni, da maggio lo Spallanzani si preparava ad accogliere i malati nelle sua struttura protetta. Tutto questo non doveva aver rassicurato?

«Certo, ma la realtà è ben altra cosa. Conoscevamo il potenziale della nostra organizzazione. Ora l’abbiamo testata sul campo nel Paese dopo tante esercitazioni. Professionalità e consapevolezza del rischio hanno fatto tenere sempre la guardia alta a tutti. Quando si è troppo sicuri possono accadere gli incidenti ed è su questo che abbiamo lavorato per mesi».



Si riferisce ad un possibile contagio in corsia, assistendo il malato?

«Sì, ogni persona che ha assistito il medico di Emergency ha seguito il protocollo come si doveva. Ma, ricordiamo che ogni persona ha anche una famiglia e che il timore è lecito. Le famiglie degli operatori vanno ringraziate per il loro sostegno».



La paura come forza in questa situazione?

«Concentrazione massima, professionalità che ha avuto un riconoscimento anche dai delegati dell’Oms per il West Africa. Complimenti anche da loro. A tutti, dai militari dell’Aeronautica che con medici e infermieri a bordo l’hanno trasportato a Roma, alla Croce Rossa, al Centro nazionale sangue, allo Spallanzani che si è dimostrato un istituto di eccellenza mondiale».



Il medico italiano è stato curato con il plasma di un paziente che si era infettato con Ebola, ora quello di Pulvirenti vola in Africa. Perché non lo teniamo nel nostro Paese?

«Perché questa malattia vuole la solidarietà. Perché là, in quella parta di Africa, ci sono quattro cinque Paesi che continuano a contare i morti. Là ci sono ancora tanti medici di tutto il mondo che cercano di dare assistenza e speranze concrete. Anche Fabrizio Pulvirenti ha dichiarato che vuole tornare là dove si è infettato. E’ giusto così».



Pensa che il vaccino anti-Ebola possa avere un marchio made in Italy?

«Mi piacerebbe, direi che ci spero. In primavera si potrà disporre dei risultati delle diverse sperimentazioni per combattere l’infezione».



Più volte si è parlato di “eroi”, lo stesso medico italiano ha chiesto di non usare più questo termine. Lei che ne pensa, questo Paese ha bisogno o no di eroi?

«Sono eroi quotidiani che non ne hanno neanche la consapevolezza. Ancora più preziosi per questo. Rendiamoci conto che abbiamo vinto una grande battaglia. Che l’Italia, questa volta, ha mostrato tutte le sue risorse. Spesso, troppo nascoste nelle nostre corsie, nei nostri ambulatori, nei nostri pronto soccorso. Abbiamo avuto l’emergenza e l’abbiamo fronteggiata nonostante i tanti ostacoli che l’équipe dello Spallanzani ha dovuto superare».



Ministro, ad inizio anno, possiamo comunque ricordare che ai pronto soccorso di molti ospedali ci sono lunghe file e i pazienti devono aspettare ore e ore?

«Purtroppo lo so. Ma il patto per la Salute stipulato con le Regioni permetterà di avviare una vera riorganizzazione. Sono convinta che le “pecche” sono risolvibili vista l’alta professionalità che abbiamo».



Ma c’è il blocco del turn over molte figure, come gli infermieri, hanno stipendi bassi. Ha possibilità di manovra?

«E’ vero, alcune figure hanno stipendi non adeguati ai compiti. Adesso abbiamo stabilizzato i precari, penseremo anche alla possibilità di sbloccare il turn over. Ma intensificheremo le misurazioni delle prestazioni e i controlli sull’organizzazione».



Il dottor Pulvirenti, arrivato nella sua terra in Sicilia, ha mangiato una cassata per festeggiare, e lei?

«Io sono felice, tanto. Perché no un dolcetto?» Ultimo aggiornamento: 6 Gennaio, 19:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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