Letta: ora nuovo patto di governo. E Renzi: ma lo detterà il mio Pd

Mercoledì 27 Novembre 2013 di ​Alberto Gentili
Enrico Letta ha risposto con una risata alla richiesta di Renato Brunetta e Paolo Romani di salire al Quirinale per dimettersi. «Dimettermi?! Una richiesta davvero curiosa. Con l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza si fa finalmente chiarezza e si compie l’evoluzione avviata il 2 ottobre. Il governo, pur con numeri più ristretti, è decisamente più forte, più coeso e compatto». Soprattutto uscirà indenne, «cosa che nessuno in estate avrebbe mai creduto possibile», dal voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi.



Detto questo, Letta al Quirinale ci è salito appena rientrato dal vertice triestino con Vladimir Putin. Assieme a Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio «ha preso atto» del passaggio di Forza Italia all’opposizione e ha convenuto che «la sussistenza di una maggioranza a sostegno del governo» viene soddisfatta dal voto di fiducia di ieri notte in Senato.



LA METAMORFOSI

Eppure, nonostante la professione d’ottimismo, il premier sa bene che con la ridefinizione del perimetro di maggioranza «cambia l’identità» dell’esecutivo. Da larghe e piccole intese. Una metamorfosi che porta con sé luci e ombre. Letta, nell’analisi preferisce partire dalle prime. I suoi collaboratori raccontano di «una forte soddisfazione» per la marginalizzazione del Cavaliere e «per la conseguente evoluzione» su tre direttrici: «Generazione, moderazione ed europeismo». «Finalmente nei posti di comando», argomentano a palazzo Chigi, «arriva una nuova generazione, quella dei quarantenni. Novità che è forma e sostanza».



In più, secondo Letta, con la deberlusconizzazione del governo «si afferma un profilo più moderato». Traduzione: basta con gli estremisti come Brunetta, Santanché, Capezzone. «Ora il confronto avverrà con persone che hanno in comune l’attenzione per l’interesse generale del Paese e non per gli interessi giudiziari di Berlusconi».



E si arriva alla terza direttrice, l’europeismo: «Rispetto al Cavaliere, Alfano è un convinto europeista e già ha indirizzato la sua azione verso il Partito popolare europeo». Una cosa non da poco, secondo Letta, «visto che è in Europa che si decide il destino dell’Italia. E pur bocciando l’Europa contabile e con la calcolatrice in mano, sappiamo che senza conti in ordine non possiamo avere voce in capitolo».



Le ombre sono i soli 6 voti di scarto al Senato: «Distrazioni non sono più ammesse». Il futuro segretario del Pd Matteo Renzi che continua a minacciare l’esecutivo. Ma anche la consapevolezza che, appena chiusa la legge di stabilità, si renderà necessario un rimpasto di governo. Letta non vuole sacrificare i cinque ministri del Nuovo centrodestra «che hanno pagato con una scissione l’impegno a sostenere l’esecutivo». Però, dopo l’uscita di scena dei sette sottosegretari di Forza Italia e del viceministro Gianfranco Micciché, «qualche ritocco si renderà necessario».



IL RILANCIO

Ma oltre al probabile rimpasto, Letta - «anziché restare immobile e farsi massacrare» - è determinato a tentare un rilancio. Vuole essere lui, per evitare che Renzi metta nell’angolo il governo e Alfano, a fissare l’agenda. E a palazzo Chigi prende corpo l’idea di proporre un «nuovo patto programmatico fino al 2015». I pasdaran hanno suggerito a Letta di lanciare il patto prima dell’8 dicembre, giorno in cui Renzi diventerà segretario. Ma il premier è orientato a rinviare a metà dicembre o a fine mese, una volta approvata definitivamente la legge di stabilità. Di sicuro però vuole essere lui a prendere l’iniziativa, prima che sia Renzi e pretendere formalmente la rifondazione del patto di governo. «Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi... finish», ha minacciato ieri il sindaco. E i suoi sono corsi a chiedere, appunto, «un nuovo patto programmatico in base alle indicazioni di Matteo».



Nell’accordo per il 2015 Letta, che considera il governo «elemento di solidità rispetto al caos», inserirà il potenziamento del taglio del costo del lavoro grazie all’accelerazione della spending review, la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti, l’abbattimento del debito e interventi per lo sviluppo grazie all’accordo con la Svizzera sui capitali italiani. Più, naturalmente, le riforme istituzionali.

Ultimo aggiornamento: 08:25

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