MATTEO RENZI

Grecia, Renzi a Merkel: «Cercate la scusa, se volete che Atene esca, ditelo»

Lunedì 13 Luglio 2015
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dal nostro inviato

Alberto Gentili



BRUXELLES - A notte fonda, quando il cappio stretto da Angela Merkel intorno al collo di Alexis Tsipras non accenna ad allentarsi, Matteo Renzi prende la parola. «Se avete deciso di far fuori la Grecia, prendetevi la responsabilità di dirlo», scandisce il premier. «Certo, il patto l'ha rotto Tsipras con il referendum. Ma se si vuole fare un accordo, i margini ancora ci sono senza umiliare nessuno». Parole dure.



Parole pronunciate da Renzi quando è ormai chiaro che l'altolà lanciato sabato sera ai tedeschi, non ha sortito effetti. L'Eurosummit, chiamato a decidere le sorti di Atene e della moneta unica, si è trasformato in una sanguinosa via crucis per Tsipras. Con richieste talmente dure da apparire più come una dichiarazione di sfratto (dalla casa comune europea), che la base per un negoziato sul nuovo piano di salvataggio. «Stiamo facendo il possibile per raggiungere l'intesa e salvare Atene, ma è difficile. Difficilissimo. Però è impensabile un'Europa senza la Grecia, prevalgano perciò gli interessi comuni e non quelli dei singoli Paesi», hanno fatto trapelare a notte dall'entourage di Renzi.



STRADA IN SALITA

Che la strada fosse decisamente in salita, è stato chiaro prima che iniziasse il vertice dei capi di Stato e di governo. L'Eurogruppo si era chiuso con un documento dettato da Berlino e dalle altre capitali del Nord, che di fatto mirava all'umiliazione di Atene. Esattamente ciò che Renzi aveva chiesto non avvenisse: «Hanno accettato tutte le condizioni, hanno mollato su tutto, evitiamo di umiliare i greci», aveva detto sabato. E invece ecco che a Tsipras veniva chiesta la riforma del mercato del lavoro (inclusi i licenziamenti collettivi), del fisco, delle pensioni e della giustizia. Il tutto in appena tre giorni, entro mercoledì. In più, venivano imposti il ritorno dell'odiata Troika e la nascita di un fondo dove far confluire 50 miliardi di asset pubblici derivanti dalle privatizzazioni, a garanzia dei creditori: un'ipoteca vera e propria sui beni di Atene. E, dulcis in fundo, l'uscita della Grecia dall'euro era inserita tra i possibili epiloghi. Arrivato a Bruxelles, dopo che il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan gli aveva passato il testimone facendo il punto della situazione, Renzi ha provato ha mediare: «Stiamo facendo di tutto per raggiungere un accordo». Obiettivo: addolcire le condizioni per Atene ed evitarne lo strangolamento.



Ma al momento decisivo, il premier italiano è stato tagliato nuovamente fuori dal tavolo ristretto. Quello imbandito, intorno alle sette di sera e a mezzanotte, tra Angela Merkel, François Hollande, Tsipras, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. E questo dopo che nei giorni scorsi, Renzi aveva invocato «più collegialità», bocciando il format intergovernativo e i bilaterali franco-tedeschi. Caustico il commento di un membro della delegazione italiana: «Hollande e Merkel sono liberi di fare ciò che vogliono, si è trattata dell'ultima riunione di un ”confessionale”. Un format che, visti i risultati, non ha portato a un bel niente».



È forse per questo, perché sulla Grecia non è mai entrato - o voluto entrare - davvero in partita, che Renzi ha derubricato il dramma messo in scena a palazzo Justus Lipsius a dramma secondario. Arrivando al summit, il premier aveva dichiarato: «La situazione è molto complicata, ma c'è bisogno di Europa su altri fronti, come la crisi ucraina, il terrorismo islamista che ha colpito il nostro consolato al Cairo, la trattativa per il nucleare in Iran e la Libia». Parole ripetute a notte fonda con toni più accesi e con qualche argomentazione in più: «Fuori di qui il Mediterraneo brucia, in Ucraina si spara. E noi stiamo qui a discutere del numero dei canali che deve avere la tv pubblica greca?». Non è mancato un aut aut: «Basta giri di parole. O facciamo l'accordo sul serio, oppure chi è contro abbia il coraggio di dirlo qui e ora. Comunque si esca da questa lunga notte, ci saranno macerie su cui ricostruire».



STRETTO CONTATTO

Sarebbe però sbagliato parlare di isolamento dell'Italia. Da quando i tedeschi e i Paesi del Nord hanno cominciato a ringhiare, Renzi ha lavorato in stretto contatto con Hollande, il presidente della Bce Mario Draghi, lo spagnolo Mariano Rajoy, l'irlandese Enda Kenny e il capo della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Con un problema serissimo: come Padoan nel doppio interminabile vertice dei ministri finanziari si era ritrovato in minoranza, così Renzi e i suoi alleati hanno dovuto subire il predominio tedesco e dei loro alleati nell'Eurosummit.



«Il problema», ha spiegato uno dei partecipanti alla trattativa, «è che nessuno si fida più di Tsipras. Temono che cada da un momento all'altro. Oppure che intaschi i soldi del piano di aiuti, ma poi non attui le riforme. Da qui l'ultimatum per il varo in tre giorni». Nella notte, poi, il corpo a corpo. Il fronte dell'ex area marco da una parte, francesi italiani e commissione dall'altro. In palio il bastone di comando dell'Eurozona. Ultimo aggiornamento: 08:08

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