Lo strappo di Londra e l'incognita Palestina

di Ennio Di Nolfo
Lo spirito del leggendario colonnello Lawrence, protettore della causa araba, aleggiava probabilmente a Westminster nel momento il cui il Parlamento britannico votava una mozione a favore del riconoscimento dello Stato palestinese. Ma, forse, più della leggenda i legislatori britannici avrebbero dovuto ricordare come nel 1915-16 la loro diplomazia ingannò gli arabi, promettendo loro un unico Stato, mai realizzato, dalla Siria all’oceano indiano (accordo MacMahon-Hussein della Mecca).



Insomma, non mancano spunti storici per dare rilievo alle responsabilità della Gran Bretagna verso il mondo arabo. È sufficiente una vaga e irrealistica dichiarazione di intenti per superare il passato? Se si guarda più da vicino all’insieme di queste cose, si capisce che ancora una volta si tratta solo di parole al vento oppure, per essere meno aspri, di un gesto simbolico. Un gesto che sarebbe importante se contribuisse ad avvicinare una soluzione pacifica del conflitto tra israeliani e palestinesi. Invece è probabile che esso produca il risultato contrario agli auspici. Per diverse ragioni.



È vero che il governo svedese intende riconoscere quello palestinese e che altri Paesi lo hanno preceduto. Nessuno di questi appartiene all’Unione Europea. Le stesse Nazioni Unite hanno ammesso l’Autorità nazionale palestinese nel novembre 2012 ma solo come membro Osservatore permanente presso l'Assemblea delle Nazioni Unite.



Uno status ancora remoto dal pieno riconoscimento. Ancora più dominante è però un altro aspetto della situazione. Di quale Stato palestinese si parla? Dopo anni di contrapposizione, dallo scorso aprile è stato avviato un progetto per la formazione di un governo unitario palestinese, composto da rappresentanti dell’Autorità nazionale, dominante in Cisgiordania, e Hamas, dominante a Gaza.



Questo accordo si è concretizzato nella formazione di un governo di coalizione presieduto da Abu Mazen; un governo che simbolicamente ha appena tenuto la sua prima riunione a Gaza, come segno della ricomposizione attorno a un programma meno aggressivo di quello delle recenti giornate di scontro con Israele. A sostenere questa impresa si sono adoperati diversi Paesi arabi ma soprattutto gli Stati Uniti e l’Egitto.



Risale a tre giorni fa la notizia che dopo un serrato negoziato svoltosi al Cairo, sotto il vigile controllo del presidente Sisi e del segretario di Stato Kerry, diversi Paesi, soprattutto arabi, si sarebbero impegnati a stanziare alcuni miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Il che pone il problema pratico ma soprattutto politico di verificare se e come il nuovo governo palestinese sarà in grado di mantenere la propria unità e compiere il lavoro che si attende da esso.



Non occorre una straordinaria fantasia per capire che questa è la prova del fuoco rispetto alla capacità palestinese di esistere e funzionare come Stato; e di aggiungere che solo il successo di questa operazione può legittimare il riconoscimento dello Stato palestinese, quale che sia poi in seguito il parere israeliano. Iniziative premature sarebbero infatti solo un ostacolo al processo di pace. Ma controllare che ciò accada e tradurre in termini diplomatici una decisione potenziale non è questione che la Gran Bretagna può risolvere da sola. Forse a Londra dovrebbero tenere presente che il loro Paese fa parte dell’Unione Europea e che questa ha o dovrebbe avere una politica estera comune o, quanto meno, coordinata.



Lady Ashton esce di scena senza essere riuscita a raggiungere questo risultato, ma il nuovo problema rappresenta la prima o una delle prime grandi sfide che Federica Mogherini dovrà affrontare, per dimostrare che il suo ruolo non è quello di elaborare vaghezze ma costruire ciò che non esiste.
Martedì 14 Ottobre 2014 - Ultimo aggiornamento: 15-10-2014 00:06

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