Il pioniere della lotta all'Aids, i 3 bimbi senza genitori e le altre vittime del volo

Sabato 19 Luglio 2014 di Cristina Marconi e Federica Macagnone
Parenti delle vittime

Avranno lasciato indietro appunti, pubblicazioni scientifiche, note affidate ai loro collaboratori e senz’altro delle copie in powerpoint dei loro interventi, i luminari della ricerca sull’Hiv/Aids le cui vite sono state polverizzate da un missile nei cieli ucraini giovedì scorso. Si spera che il loro lavoro potrà essere portato avanti in qualche modo. Ma il fatto che alle vittime dirette della tragedia dell’aereo Amsterdam-Kuala Lumpur si aggiunga il sinistro fantasma delle vittime potenziali, malati che si trovano privati del sostegno di menti brillanti e battagliere come quella del professor Joep Lange e di sua moglie Jacqueline van Tongeren rende lo scenario ancora più disperato. «Il movimento contro l’Hiv/Aids ha veramente perso un gigante», ha commentato Chris Beyrer, il presidente eletto dell’International Aids society, dichiarando però che i numeri iniziali, che indicavano 108 persone dirette alla conferenza tra le vittime, non possono ancora essere confermati, anche per la mancanza di una lista definitiva dei passeggeri.

LE PRIME CONFERME

Ci sono 14.000 persone registrate all’evento e per ora, secondo gli organizzatori, sono solo sette di cui si è certi che fossero sul volo, anche se il presidente statunitense Barack Obama, nel suo discorso alla nazione, ha detto che «quasi cento» delle vittime si stavano dirigendo alla conferenza di Melbourne.

Tra le vittime confermate ci sono Pim de Kuijer, un lobbysta parlamentare olandese di Stop Aids Now!, Lucie van Mens e Martine de Schutter, attive nei programmi di prevenzione, e Glenn Thomas, per molti anni portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il lavoro di tutte queste persone lascerà un vuoto enorme nella lotta all’Aids alla quale il sessantenne Lange si dedicava dal 1982. Lo scienziato olandese era docente di Medicina interna ad Amsterdam e nel 1985 aveva iniziato le indagini di laboratorio sui marker sierologici nell’infezione da Hiv, diventando, negli anni ’90, capo del Clinical Research dell’Oms nell’ambito del programma mondiale contro l’Aids. «Nei primi anni Ottanta, quando questa strana nuova malattia aveva colpito Amsterdam, sia Joep che io stavamo finendo la nostra formazione e ci siamo trovati a confrontarci con questa malattia che ha segnato le nostre carriere scientifiche e mediche», ha raccontato alla Bbc il professor Peter Riess.

LE TERAPIE

I test di Lange sulle terapie antiretrovirali hanno contribuito a rendere l’Hiv gestibile e non più la condanna a morte senza appello che è stata per decenni. I suoi studi erano incentrati anche sui modi per evitare la trasmissione della malattia dalla madre al bambino durante la gravidanza e il travaglio, ma la cifra della carriera di quest’uomo, che aveva 5 figlie, era soprattutto l’attenzione rivolta a chi non poteva permettersi le cure. Nel 2001 ha fondato la PharmAccess Foundation, un’associazione no profit per migliorare l’accesso alle terapie nei paesi in via di sviluppo. Tra il 2002 e il 2004 è stato presidente dell’International Aids Society e, secondo le parole del suo successore Beyrer, la ventesima conferenza sull’Aids andrà comunque avanti, per dare «l’opportunità di riflettere e di ricordare coloro che abbiamo perso».

I tre fratellini partiti senza i genitori

Mo aveva 12 anni e con i fratellini Evie di 10 e Otis di 8 stava tornando a casa a Perth, in Australia, con il nonno Nick Norris, 67 anni, dopo una vacanza con la famiglia ad Amsterdam. I genitori dei bambini, Rin Norris e Anthony Maslin, avevano prolungato la permanenza di qualche giorno. Loro sono salvi, la loro famiglia è distrutta. Avevano trascorso alcune settimane in giro per l'Europa e i bambini con il nonno avevano deciso di tornare in tempo per l'inizio della scuola. «I miei nipoti erano sorridenti, educati e adorabili» ha raccontato Natalia, figlia di Nick e zia dei bambini. Uomo d'affari, molto conosciuto a Perth, Norris era stato prima colonnello e poi preside. «Mio padre è stato un grand'uomo – ha detto Natalia – È stato anche consulente per l'educazione delle popolazioni indigene. Ha fatto la sua parte per cambiare un pezzetto di mondo. Ora è morto per una guerra che non era la sua».

La famiglia con troppe valigie

Una famiglia malese sterminata. Tambi Jiee, 49 anni, di Kuching, la moglie Ariza Ghazalee, 47, e i loro quattro ragazzi, Mohd Afif, 19 anni, Mohd Afzal, 17, Marsha Azmeena, 15, e Mohd Afruz, 13, erano tutti sull'aereo. Prima di decollare Ariza ha postato una foto su Twitter e Facebook mostrando la montagna di bagagli con la quale si stavano spostando dal Kazakhstan, il paese in cui si erano trasferiti da tre anni, per tornare in vacanza, via Amsterdam, in Malesia. A casa li aspettavano per celebrare la festa musulmana del Hari Raya. Tambi, impiegato della Shell aveva portato con sé tutta la famiglia. Il più grande dei ragazzi studiava al Taylor's College a Kuala Lumpur mentre i tre fratellini frequentavano le scuole in Kazakhstan. «Facevano ritorno a casa quattro volte l'anno – ha raccontato la mamma di Ariza – ho parlato con i miei nipoti prima dell'imbarco. Mi sembra ancora impossibile».

L'australiana

Uno strano, tragico, scherzo del destino. Una donna australiana che ha perso il fratello e la cognata sul volo della Malaysia Airlines MH 370 scomparso dai radar lo scorso marzo, ora ha scoperto che a bordo dell'aereo colpito giovedì in Ucraina c'era anche la figliastra tra le vittime. A riferirlo è la stampa australiana. Il fratello di Kaylene Mann, Rod Burrows, e la cognata Mary Burrows, erano a bordo dell'aereo scomparso nell'oceano Indiano l'8 marzo scorso con 239 passeggeri. Un giallo che, tra tante ipotesi anche in contraddizione, non ha ancora trovato la sua soluzione. Kaylene Mann attendeva così da 4 mesi di sapere cosa è successo, quando si è verificata quest'altra tragedia. La figliastra deceduta si chiama Maree Rizk. «Una notizia che ci ha distrutto», sono stati i primi commenti della famiglia. Rizk e suo marito Albert, di Melbourne, stavano tornando a casa da una vacanza di quattro settimane in Europa. Lasciano un figlio.

La tedesca

All'aeroporto di Perth ad attendere Fatima Dyczynski, 24 anni, tedesca, ci sarebbero stati i genitori. Per lei doveva essere l'inizio di una nuova vita: con una laurea in ingegneria aerospaziale e uno stage all'Ibm da iniziare, sperava di ricongiungersi alla famiglia, trasferitasi in Australia oltre 7 anni fa. La madre Angela e il padre Jezy George hanno raccontato che il sogno della figlia era di lasciarsi alle spalle la Germania. L'anno trascorso alla Perth’s John XXIII College era stato fondamentale: molti amici e una nuova città da chiamare casa.

Era il 2011. Poi, nel 2013, la partecipazione al progetto di un nano-satellite, il Delfin3Xt, che venne lanciato con successo nel novembre dello stesso anno. Nel 2014 in rampa di lancio avrebbe dovuto esserci lei, proiettata verso una nuova vita. «Sarò a casa per le 3 – aveva detto ai suoi prima di imbarcarsi – è bello ritornare a casa».

Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 09:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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