Samy e Selma, di nuovo sposi in Sinagoga dopo 57 anni

Domenica 11 Gennaio 2015 di Maria Lombardi
Samy e Selma di nuovo sposi, cinquantasette anni dopo la prima volta.

«Il giorno più bello della mia vita», si commuove lui che della sua vita ha visto la fine, tredicenne appena, l’aspettava una camera a gas, e ancora oggi firma con la sigla e il numero marcato sul polso: Samy Modiano B7456. Non se l’aspettava, Samy sopravvissuto ad Auschwitz, che questa domenica avrebbero pianto così tanto, di una gioia inattesa, che a 85 anni si fatica a immaginare. È arrivato in Sinagoga accanto a Selma, sua moglie da così tanti anni, c’erano centinaia di persone oltre il cancello ed erano lì per loro, bambini e adulti vestiti a festa. Per Samy e Selma, le mani bagnate di lacrime e il passo più lento per l’emozione. Entrati nel Tempio hanno tremato, erano in duemila ad aspettarli.



Niente sapevano, i due coniugi, della festa organizzata per loro dai volontari della comunità ebraica di Roma. Passaparola e una pagina Facebook, Daniel Di Porto ha lavorato per settimane alla cerimonia per l’anniversario dei Modiano. E la domenica mattina è andato a prenderli a casa in macchina per accompagnarli in Sinagoga. Per caso Samy aveva la giacca e la cravatta delle occasioni, si era vestito così per un incontro importante e non certo per risposare la moglie.



Samy ha indossato il talled ed è salito in tevà, nella parte più alta del Tempio, e davanti al Rabbino Capo Riccardo Di Segni ha preso insieme a Selma la benedizione. E poi i canti e balli ebraici dei bambini, fuori dalla Sinagoga il rinfresco organizzato per loro. Una grande festa, che la comunità ha voluto dedicare a una delle sue voci più forti, con un pensiero a Parigi. «Lì hanno fatto chiudere le sinagoghe - commenta Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma - noi l’abbiamo aperta e riempita per festeggiare un reduce dei campi di sterminio che ci ricorda che contro la violenza e contro chi vuole annientarci vinciamo sempre».

Samy continua a ricordare e raccontare, sul suo libro «Per questo ho vissuto» firma le dediche con la sigla.



«Mio padre Giacobbe era B7455». Tutti erano solo una lettera e quattro cifre: lui appena tredicenne, la sua famiglia e i 2.500 della comunità di ebri italiani a Rodi. «Un'intera comunità cancellata. Ci presero il 18 luglio 1944, arrivammo alla rampa della morte il 16 di agosto. Un viaggio di un mese stipati come bestie in battelli». Poi i treni per Birkenau. Era destinato alla camera a gas, il padre riuscì a portarlo nella fila dei superstiti. Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio, 20:48

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