Frode fiscale da 18 milioni, condannata erede di Nina Ricci. I soldi scoperti con la lista Falciani

Lunedì 13 Aprile 2015
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Tre anni di prigione, di cui uno da scontare senza libertà condizionale, e un milione di euro di multa. È la pesante condanna inflitta dal tribunale di Parigi ad Arlette Ricci, erede della famiglia fondatrice della maison Nina Ricci, accusata di frode fiscale e riciclaggio nel primo processo aperto grazie alle informazioni della cosiddetta 'lista Falcianì dei clienti della banca Hsbc in Svizzera.



Arlette, che ha ereditato numerosi conti bancari in Svizzera dal padre Robert, figlio di Nina Ricci e co-fondatore della casa di moda, ha mostrato «per oltre vent'anni una volontà particolarmente determinata» di nascondere i suoi averi allo Stato francese, scrivono i giudici nella sentenza, accusandola senza mezzi termini di aver portato «una minaccia eccezionale all'ordine pubblico ed economico e al patto repubblicano».



Secondo la ricostruzione della procura parigina, la donna avrebbe prima tenuto i capitali ereditati dal padre, circa 18,7 milioni di euro, ben nascosti agli occhi del fisco tra conti cifrati in Svizzera e società-schermo a Panama. Poi, temendo di essere finita nel mirino della giustizia dopo la rivelazione della 'lista Falcianì, ha «perseverato nella sua frode», tentando di «organizzare la propria bancarotta» tramite la creazione di società immobiliari a cui ha fittiziamente trasferito alcuni edifici di sua proprietà. Tra questi, in particolare, una casa a Parigi e una in Corsica, per un valore complessivo di 4 milioni di euro, di cui il tribunale di Parigi ha disposto la confisca.



Alla pena inflitta oggi si aggiungono poi gli arretrati che il fisco reclama da Arlette Ricci, che superano i 10 milioni di euro: 6,57 milioni di arretrati e mora per la tassa sul reddito, altri 3,54 milioni per l'imposta patrimoniale degli anni tra il 2007 e il 2009, e 200 mila euro di multa per il ritardo nei pagamenti.



Gli avvocati della famiglia Ricci non hanno ancora comunicato se faranno ricorso in appello contro la sentenza, ma già accusano la giustizia francese di aver voluto infliggere alla donna una condanna esemplare per severità, esibendo la propria intransigenza su questi reati. «Si trattava di fare un processo esemplare con una testa di ponte il più visibile e brillante possibile, per essere sentiti con chiarezza fuori dalla sala d'udienza - ha dichiarato il suo difensore, Jean-Marc Fedida - L'obiettivo dello Stato, dell'erario e del procuratore è di lanciare una specie di avvertimento a tutti quelli che hanno conti all'estero, dire loro di chinare il capo e venire a consegnarsi».

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 18:28

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