Antigone: «173 detenuti ogni cento posti». Bagnasco: «In carcere condizioni penose»

Giovedì 19 Dicembre 2013
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Il braccialetto elettronico per idetenuti ai domiciliari
ROMA - Una macchina «costosa», che muove più di due miliardi e mezzo all'anno, dove i detenuti trascorrono «un tempo morto», sempre in meno lavorano, solo 3mila imparano qualcosa. I posti letto sono 37mila e devono bastare per 64mila persone, che dormono sui materassi per terra e in letti a castello a tre piani. Uomini che poi una volta usciti commettono gli stessi reati, e tornano dentro nel 57% dei casi. «Il carcere - denuncia l'associazione Antigone nel suo decimo rapporto sulle condizioni di detenzione - è una macchina che alimenta se stessa, crea la propria domanda, indifferente al proprio fallimento». L'Italia, nei dati forniti dal monitoraggio che l'associazione svolge ogni anno autorizzata dal Dap, si conferma agli ultimi posti in Europa per civiltà nelle carceri: con 64mila detenuti e un tasso di sovraffollamento «ufficiale» al 134,4% è molto distante dalla media Europea che è 99,5%.



Un dato altissimo, e tra l'altro falsato al ribasso, poichè tiene conto della capienza regolamentare di 47.649, mentre è ormai riconosciuto, anche dalla Guardasigilli, Annamaria Cancellieri, che i posti effettivi sono all'incirca 37mila. La percentuale «schizza» quindi ad oltre il 173%. «Negli istituti - dice il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - c'è il sottoproletariato: il 35% dei detenuti vengono da altri paesi, 2 su 5 per aver violato la legge sulle droghe, il 6,4 per fatti veramente irrilevanti, i direttori degli istituti ci segnalano persone dentro per aver venduto cd contraffatti», quindi, aggiunge, «il problema è culturale, provocato da una serie di leggi che hanno voluto risolvere questioni come la tossicodipendenza e l'immigrazione con il carcere, invece dovrebbero tornare nell'alveo del disagio economico, ed essere trattati come tali».



Ma «le direzioni e la magistratura di sorveglianza non osano», dice l'associazione e «la legge Fini-Giovanardi sulle droghe è fallita nel suo tentativo di pensare a ingressi in comunità terapeutiche». Un punto sul quale è intervenuto il decreto varato martedì, sul quale Gonnella esprime un «giudizio di sufficienza» poichè «pone il tema della riduzione della popolazione detenuta e si preoccupa della tutela dei diritti, con la figura del garante nazionale», ma «allo stesso tempo non dà quella scossa» con un intervento drastico sul sovraffollamento.



Da anni Antigone denuncia come la condizione inumana degli istituti incida sulla recidiva. Se meno di 3mila detenuti sono coinvolti nella formazione professionale, solo 1.266 lavorano fuori dall'istituto, e quelli che si sono laureati dentro sono 18, «pochi e non valorizzati», non deve stupire che la funzione rieducativa attribuita alla detenzione non riesca ad esprimersi. Mentre, spiega Gonnella, «le recidive tra chi beneficia di pene alternative è di tre volte inferiore». Tra l'altro quasi 10mila i detenuti sono fuori da una prospettiva di rieducazione: 710 al 41 bis, il regime disposto prevalentemente nei confronti di persone accusate o condannate per associazione a delinquere di stampo mafioso, mentre quelli sottoposti all'alta sicurezza sono 8.914 (dati al luglio 2013).



Bagnasco. Come vescovi «non possiamo non richiamare l'attenzione» verso «i detenuti» che versano in «condizioni precarie e penose dovute al sovraffollamento» in «strutture spesso inadeguate per una corretta e doverosa riabilitazione in vista del reinserimento nella società». Così il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ai politici.
Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre, 17:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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