Lazio, Zingaretti e l'sms di Renzi: «Ma il Pd deve ripartire»

«Sarà la volta buona?». Dentro il Tempio di Adriano, tutti si aspettano che Nicola Zingaretti - unica nota positiva nel pentagramma del dolore dem - dia se non l'annuncio almeno la mezza frase giusta. Che si caricherà sulle spalle - come Enea con Anchise - il vecchio e malconcio Pd. Non solo quello della Regione dove è riuscito a farsi rieleggere, nonostante il vento gelido del centrodestra e l'avanzata del M5S. Tutti si aspettano che questa volta non svicoli e che dica sono pronto, ci sono anche io per il dopo-Renzi.

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Invece il governatore del Lazio si conferma «un gatto», come lo chiamano i suoi collaboratori. Felpato nella zampata, veloce nel ritirarsi, imprendibile nell'ombra. E così a domanda diretta, Zingaretti risponde: «Io segretario del Pd? Per i prossimi cinque anni farò il presidente della Regione. Poi non lo so cosa farò da grande...». E che ne pensa di un governo a maggioranza Pd-M5S? «Beh, io devo pensare ai problemi della mia maggioranza in consiglio regionale». In privato Zingaretti confesserà che è contrario e che il «Pd deve pensare più che altro al 18%» delle politiche invece che a strane alchimie.

GLI APPELLI
Intanto, da sinistra le truppe un po' ammaccate di Liberi e Uguali gli fanno gli auguri per la rielezione, ma poi tutti - da Pietro Grasso a Roberto Speranza - si augurano che il difensore del «modello Lazio» brevetti il marchio e lo esporti in giro per l'Italia. Ma qui ritorna Zingaretti che parla sì di «rigenerare il campo del centrosinistra» ma mentre lo dice si toglie fuori dalla competizione, aggiungendo infatti che lui non è tipo che «personalizza il dibattito politico». Appunto, imprendibile: un passo in avanti e due indietro. Chi lo conosce racconta che il suo segreto - dal 2008 a oggi è l'unico, a Roma e non solo, ad aver vinto tre elezioni di fila - sia proprio questo: immergersi, andare sotto il pelo dell'acqua del dibattito pubblico, fatto di televisioni e interviste, salvo mantenere buoni rapporti di vicinato con i leader del centrosinistra, che intanto si susseguono e si auto-eliminano.

LO SPRINT
«Ora avanti veloce», scandisce il governatore, e sembra l'annuncio di una battaglia. Ma ce l'ha appunto con le liste di attesa di Roma, Viterbo, Rieti, Latina, Frosinone. Altro che assalto al cielo.

E così la prima conferenza stampa da vincitore diventa un po' surreale. Lui annuncia propositi importanti per la regione con il secondo Pil più importante d'Italia come «investimenti per 6 miliardi di euro in 5 anni per le infrastrutture» e una «riunione lunedì con tutti i direttori generali delle Asl laziali»; ma al di là del tavolo il resto del mondo politico vorrebbe sapere e soprattutto ascoltare altro. Che ne pensa di Carla Calenda? E cosa dovrebbe fare Matteo Renzi? «Il segretario mi ha mandato un sms di auguri, sinceramente non avevo notato che in conferenza stampa ieri il segretario non aveva citato il caso della Regione Lazio».

LA CHIAMATA
Segue sorriso di chi comunque dorme tra due guanciali. E che ora è rilassato al punto di raccontare di aver telefonato alla sindaca Raggi per dirle di essere a disposizione per Roma «ma era occupata e non mi ha risposto». Con la grillina si sentirà però nel pomeriggio.

Il governatore parla con i numeri delle regionali, trainato dalla Capitale, dove ha fatto l'exploit: 545 mila voti, il 37,4% a fronte del 33,2 di media in tutta la regione, trascinando con sé anche il Pd che nell'Urbe ha sorpassato anche il M5S. Un'altra stelletta sulle spalle per un'altra battaglia molto local: alla fine non è riuscito ad agguantare la maggioranza in consiglio regionale, gli manca un voto. E quindi gli servirà di volta in volta un «responsabile» per approvare il bilancio o per un regolamento regionale. Piccole, grandi magagne che servono a «Zinga» a rimanere concentrato il suo mandato. Sapendo però che questa potrebbe essere l'occasione giusta anche per altro. Giusto, presidente? Un attimo e «il gatto» è già andato via.

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