Il Vaticano misura l'invasività dei cellulari, persino i preti chattano nel confessionale

Città del Vaticano –  Altro che maleducazione. L’abuso del cellulare è ormai arrivato al punto da non risparmiare nemmeno il confessionale. Il livello di invasività del telefonino nella sfera religiosa viene misurato dalla denuncia choccante di un cardinale che durante un convegno per addetti ai lavori, nel Palazzo della Cancelleria, ha tracciato alcune linee di confine, criticando duramente quei sacerdoti che mentre ascoltano i peccati del penitente, per ammazzare il tempo nel confessionale, tirano fuori il cellulare e lo usano, magari chattando. Un po’ di tempo fa era stato il Papa a perdere la pazienza a Santa Marta quando aveva visto vescovi e parroci farsi dei selfie: «Nessuno deve usare i cellulari a messa, neanche i preti e i vescovi». Stavolta la reprimenda è arrivata dal cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, che davanti a sacerdoti e diaconi ha voluto ribadire il compito del confessore.  In quel contesto ha raccontato con disappunto di avere visto parroci  «chattare sui social durante la confessione. Si tratta di un atto gravissimo, che non ho timore di definire: “ateismo pratico”, e che mostra la fragilità della fede del confessore nell’evento soprannaturale di grazia che si sta vivendo! ».

Piacenza ha spiegato che il confessore è chiamato alla pazienza e «ad amare la libertà del penitente, a rispettarla, anche quando le scelte che egli compie non appaiono ragionevoli né proporzionate con i doni ricevuti ed il cammino compiuto».  Purtroppo, ha aggiunto, «grande errore della cultura contemporanea» è quello di pretendere «non solo che le aberrazioni siano rispettate, ma che siano condivise e benedette e che nessuno si permetta di dire il contrario, di affermare l’esistenza, almeno, di un’alternativa reale e possibile».

Il Penitenziere maggiore ha poi citato san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, «grande ed esemplare confessore», per ricordare che «Dio ci perdona, anche se sa che peccheremo ancora». E ciò non significa «giustificare il peccato».
 

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