Chiese parrocchiali e oratori aperti: dietrofront dopo lo stop, il Papa ci ripensa per non lasciare soli i fedeli

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Città del Vaticano – Tre giorni fa alla messa del mattino a Santa Marta il Papa chiedeva preghiere per chi governa, perché non si senta mai troppo solo nel prendere decisioni. Ieri mattina, sempre alla celebrazione delle 7, rigorosamente senza fedeli - perché ormai anche in Vaticano quasi tutto è sigillato - avanzava un reclamo. «Le misure drastiche non sono mai buone».

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Chi lo stava ascoltando in streaming ha sicuramente pensato che si riferiva con ogni probabilità al decreto per la città di Roma firmato la sera prima dal cardinale Angelo De Donatis con il quale si ordinava la chiusura delle chiese alla preghiera privata dei fedeli fino al 3 di aprile, dispensando persino la gente dal precetto domenicale. Ite missa est.

Un provvedimento inaudito mai preso nemmeno in epoca medievale. Il venerdì 13 di Papa Francesco, ieri mattina, iniziava così, storto e da aggiustare, soprattutto quando si è reso conto dai messaggi che gli continuavano ad arrivare da tanti parroci e vescovi, che il decreto emesso la sera prima era uno sbaglio. «Un eccesso di prudenza» spiegherà più tardi il vescovo Paolo Lojudice che per anni ha lavorato in Vicariato.

Questa confusione generale ha fatto passare in secondo piano il settimo anniversario della elezione di Papa Bergoglio. Un anniversario amaro, con una Chiesa messa a ko dal coronavirus, senza gente, senza folle, con le piazze vuote.

Poche ore dopo il Vicariato pubblicava a sorpresa un secondo decreto che cancellava il primo ripristinando almeno la libertà di pregare in parrocchia (le messe sono ancora vietate al pubblico). De Donatis spiegava che sia il primo passaggio che il secondo lo ha preso «dopo avere consultato Papa Francesco», aggiungendo di avere avuto un ulteriore confronto in mattinata che ha spinto entrambi a rivedere radicalmente tutto. «E a prendere in considerazione il rischio che dalla chiusura delle nostre chiese possano sentirsi ancora di più isolate le persone. Di qui la nuova indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali».

Un dietrofront, un testacoda, una carambola mai vista che è stata spiegata, attingendo al Vangelo, anche dal segretario personale di Papa Bergoglio, monsignor Yoannis Gaid. Anche Pietro che fuggiva dalle persecuzioni di Nerone quando incontrò Cristo sulla via Appia cambiò idea e capì che doveva tornare indietro. «Nella epidemia della paura che stiamo vivendo rischiamo di comportarci da salariati e non da pastori» spiega Gaid in una riflessione scritta. Di conseguenza il Papa ha scelto di riaprire le chiese per non fare sentire sole le persone che credono, aiutarle a non perdere il filo di luce che la fede offre, a non fare sentire l'abbandono nel bisogno. «E' bene che le chiese rimangano aperte. I sacerdoti devono essere in prima linea. I fedeli trovare il coraggio e il conforto guardando i nostri pastori».

Così da oggi, con tutte le cautele del momento, i sacerdoti che se la sentiranno potranno attrezzarsi per andare a visitare le case. «Casa per casa, utilizzando tutte le prescrizioni necessarie ma mai chiudendoci, rimanendo a guardare».

Da Santa Marta inoltre il messaggio verso i politici appare chiaro: Palazzo Chigi ha il dovere di garantire le cure e i sostegni agli italiani ma la Chiesa rivendica l'obbligo morale di fare la stessa cosa con le anime dei fedeli. «Che non sia mai detto, non vado in una chiesa che non si è venuta a trovarmi quando avevo bisogno. Applichiamo dunque tutte le misure necessarie ma non lasciamoci condizionare dalla paura». 

  
 

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