Perugia, muore bidella vaccinata. La denuncia del nipote: «Costretta a stare a scuola con focolaio»

Katya Zengarini, a Deruta, la conoscevano tutti. Collaboratrice scolastica alla materna, vorrebbe il politically correct. Ma per tutti lei era la bidella Katya, detto con il vero affetto di chi, in quella scuola, ha visto coccolare i propri figli o è stato per primo uno dei suoi “ragazzi”. Per questo la sua morte, per Covid, è stata una tragedia non solo per suo nipote Emanuele, unico familiare, ma per un’intera comunità. Tanto che a presentarsi dall’avvocato Giuseppe Caforio per chiedere giustizia è stata direttamente una delegazione di derutesi, pronti a combattere per ottenere la verità: c’è stato un focolaio a scuola, poi una positività nella sua sezione, Katya è rimasta a lavorare nonostante i protocolli contrari, si è ammalata ed è morta. Nasce infatti da qui la denuncia, che ventila l’ipotesi di omicidio colposo, presentata alla procura di Spoleto contro la scuola per l’infanzia di Pontenuovo. La scuola dove Katya Zengarini ha lavorato per tutta la sua vita e per cui, secondo la denuncia, l’ha persa.

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LA DENUNCIA

Emanuele Placidi ha quasi trent’anni, Katya per lui è stata una madre, preso in affidamento dai suoi genitori che non avevano altri figli. È cresciuto con loro tre ed è l’unico familiare della donna, che non si è mai sposata e non ha avuto bambini, oltre quelli della scuola. «Aveva soltanto me - racconta Placidi – ed è per tutelare il suo ricordo che ho denunciato. Non cerco colpevoli, se c’è stata qualche negligenza non spetta a me indicarli. Avere giustizia non cambierà la mia perdita. Ma voglio tutelare il suo ricordo. Di una donna conosciuta e benvoluta da tutti». E scomparsa nel giro di un mese dalla diagnosi di positività.

ERA VACCINATA

Secondo quanto arrivato sui tavoli della procura, Katya ha lavorato a scuola anche nel periodo in cui la scuola è stata chiusa durante il lockdown invernale. Aveva avuto la sua prima dose di vaccino ed era in salute. E quando a marzo sono tornati anche i bimbi, il 22 una maestra è risultata positiva. Il 23 la dirigente scolastica chiude la sezione di quell’insegnante ma «nulla disponeva in relazione al personale Ata e infatti la signora Zengarini era costretta a svolgere la propria attività lavorativa». Qui la denuncia parla proprio di violazione dei protocolli di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid 19 negli ambienti di lavoro, con Katya e la sua collega rimaste al lavoro, tanto da sanificare la classe in cui era stata la maestra «con cui erano venute inevitabilmente in contatto». Il 25, infatti, la collega mostra i primi sintomi e solo dopo le insistenze dei genitori la dirigenza invita – sempre secondo la denuncia – Katya a fare il test rapido: positivo. «I primi giorni a casa con me non ha mostrato alcun sintomo – racconta il nipote -, lei era chiusa nella sua stanza e stava bene».

Ma il 2 aprile la situazione si aggrava: saturazione troppo bassa e viene ricoverata all’ospedale di Perugia. Viene intubata e il 30 aprile subisce anche una tracheotomia per la gravità del suo quadro clinico. Che peggiora portandola alla morte il 4 maggio. Una morte che, secondo il nipote ma anche una folta schiera di amici che le volevano bene, poteva essere evitata. Rispettando quei protocolli, si sostiene, per cui non sarebbe dovuta andare a lavorare. L’avvocato Giuseppe Caforio allora parla di infortunio sul lavoro e chiama in causa le responsabilità del datore di lavoro, per la sua posizione di garanzia. Che sarebbe venuta meno appunto per la «palese responsabilità della dirigente scolastica che, contravvenendo ai propri obblighi di tutela del lavoratore sul luogo di lavoro, ha violato le disposizioni della normativa emergenziale». La parola adesso passa alla procura, mentre Pontenuovo piange la sua Katya la bidella amata da tutti non solo dai suoi bambini.

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