Roma, il Colosseo dichiara guerra ai ladri d’immagine: stop agli abusi pubblicitari

L’arena trasformata in una pizza margherita e la bibita ghiacciata gustata davanti allo Sperone Valadier, le confezioni di cioccolatini griffate Colosseo e la ditta di tende da sole che addobba l’Anfiteatro Flavio, i corsi di cucina nel tempio dei gladiatori e i loghi di società cash and carry che campeggiano sul monumento, fino a tutti quei volantini, documentazione promozionale (e sito web) del Colosseo sfoggiati dai promoter con l’abbocco del salta-fila mentre “acchiappano” turisti per conto di sedicenti agenzie di viaggio che vendono tour a prezzi triplicati rispetto alla norma. Ma la lista è lunghissima in questa maledizione della fama. Il Colosseo monumento icona di Roma e d’Italia spicca in un bizzarro portfolio di immagini dal carattere commerciale, dove gli interessi non sembrano affatto quelli del monumento, nè dello Stato. Il Colosseo-pizza non è certo un’immagine autorizzata, come non lo è il Colosseo stampato sui finti tesserini turistici per il business dei salta-fila.

IL PARADOSSO
Insomma, il paradosso del Colosseo è che la sua immagine, famosissima, sarebbe tutelata perfettamente dal Codice dei Beni Culturale, ma i tanti usi illeciti non sono stati fino ad oggi perseguiti fino in fondo. Le ragioni stanno, molto spesso, nella farraginosità della macchina amministrativa della Soprintendenza (l’ente che ha gestito fino ad oggi il Colosseo), che manca di un ufficio legislativo autonomo e che deve quindi ricorrere all’Avvocatura dello Stato. Il David di Michelangelo potrebbe ora fare la differenza anche per il destino del Colosseo. La svolta potrebbe arrivare dopo l’innovativa ordinanza del Tribunale di Firenze che vieta ai bagarini di usare, su tutto il territorio italiano ed europeo, l’immagine del David a fini commerciali senza il permesso dalla Galleria dell’Accademia di Firenze. «Una vittoria per tutta l’Italia dei beni culturali» ha detto la direttrice pasionaria Cecilie Hollberg, promotrice dell’azione civile “antibagarinaggio”. E chissà che non lo sia davvero. Nel Parco archeologico del Colosseo (la nuova istituzione a gestione autonoma fortemente voluta dal ministro Dario Franceschini) si sta studiando la strategia per tutelare l’immagine del Colosseo da chi ne fa uso a fini commerciali senza autorizzazione.

La prima mossa operativa del nuovo direttore del Colosseo (nomina attesa entro il 30 novembre, l’insediamento per il primo gennaio) sarà quella di elaborare un piano anti-abusi. Le linee guida? Un’ipotesi è il cosiddetto “Modello Formula 1” per la tutela dei diritti dell’immagine: come per le competizioni di Silverstone, si sta pensando di organizzare uno staff ad hoc che monitori il settore turistico e commerciale per verificare le autorizzazioni chieste e concesse. E da qui far partire le denunce contro i furbetti. Non solo, ma questo nuovo “centro” operativo per la tutela dell’immagine dovrebbe costituire un database con l’elenco di tutti i soggetti che hanno sottoscritto accordi col Ministero a fini commerciali e verificare se hanno rispettato i patti. Un archivio digitale consultabile. E nelle difficoltà degli strumenti della pubblica amministrazione, si può ipotizzare di fare una convenzione con una società di “recupero crediti” esterna per i diritti dell’immagine. Solo sul fronte dei bagarini, se a Firenze la direttrice Hollberg ha fatto la sua battaglia contro una società, a Roma le sedicenti agenzie di salta-fila bagarini sono tantissime. Solo su piazza del Colosseo in alta stagione si possono contare una ottantina di promoter, come denunciano le guide turistiche abilitate dell’Agtar. Sui diritti dell’immagine del Colosseo il Codice dei Beni Culturali parla chiaro. All’articolo 106 recita: «Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono concedere l’uso dei beni culturali che abbiano in consegna, per finalità compatibili con la loro destinazione culturale, a singoli richiedenti». E sulla base della destinazione culturale il Colosseo ha anche il suo tariffario.

I CANONI 
All’articolo 108 si precisa che «i canoni di concessione ed i corrispettivi connessi alle riproduzioni sono determinati» da vari elementi, soprattutto «dai benefici economici che ne derivano al richiedente». Pensare che a largo Agnesi, belvedere del Colosseo, è stata installata per conto di una società privata una web-cam accanto ad un ristorante, per riprendere in perpetuo il Colosseo col proposito di vendere spazi commerciali. I tariffari non sono certo nati ieri. Entrano a regime nel 1994 con l’allora ministro Ronchey e riguardano le due grandi famiglie di fotografie e riprese video. Gli ultimi aggiornamenti sono stati introdotti con una circolare dell’ufficio legislativo nel 2014 che stabiliva che «per uso personale» non serve l’autorizzazione del Soprintendente per scattare fotografie nei musei (da qui la moda dei selfie ma senza selfie-stick). Tutt’altra storia l’uso commerciale dell’immagine. Una giornata di riprese cinematografiche, interne al Colosseo, per esempio, costa alla produzione tra i 2000 e i 5800 euro. La domanda che fa la differenza è «Quante volte verrà trasmessa la riproduzione?». Già perché la maggiorazione è del 75 per cento per i diritti mondiali. Meno care le fotografie al Colosseo che variano dai 50 ai 200 euro in base all’uso su periodici, enciclopedie, copertine di libri, volumi. Per la piazza del Colosseo entra in gioco anche il Comune di Roma, con le tariffe della Sovrintendenza capitolina che per girare una pubblicità chiede fino a 2500 euro al giorno. Chissà che la guerra ai furbetti del Colosseo non stia per giungere davvero?

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