Jobs act, la Consulta: «Illegittimo criterio per stabilire indennità di licenziamento»

La Corte Costituzionale boccia per la prima volta una norma, politicamente sensibile, del Jobs Act dichiarando illegittime le disposizioni che regolano i criteri di indennità di licenziamento nel contratto a tutele crescenti. Sono le norme che hanno sostituito la tutela reale del posto di lavoro, un tempo garantito dall'art.18 dello Statuto dei Lavoratori che prevedeva il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato. Ora si può licenziare con un indennizzo che aumenta con l'anzianità e che comunque il Jobs Act aveva fissato con un tetto massimo (alzato dal governo Giallo-Verde con il decreto dignità) togliendo, su questo aspetto, ogni potere al giudice. La decisione della Consulta arriva proprio il giorno in cui lo scontro sul Jobs Act fra il capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio e l'ex segretario del Pd Matteo Renzi si è riacceso. Al Question Time alla Camera Di Maio coglie l'occasione per ribadire l'intenzione di «smantellare» il Jobs Act: «Oggi anche la Corte Costituzionale ha iniziato a smantellare il Jobs Act come abbiamo iniziato noi».

Rivendica al «decreto dignità», di essere andato «nella direzione indicata oggi dalla Consulta». Per poi promettere «torneremo all'epoca pre-Jobs Act che ha tolto ai lavoratori un sacco di diritti», ma non pronuncia mai, almeno in questo caso, la parole «art.18». Il tema brucia tra le file del centro sinistra e della sinistra. Giorgio Epifani (ex segretario della Cgil, ex Pd oggi passato a Liberi e Uguali) critica il Jobs Act «ha fatto male a togliere la cigs» dice in aula chiedendo poi al Governo di ripristinare l'art.18. Chiara Gribaudo e Debora Serracchiani (Pd), interrogano il ministro di Maio sui contratti a termine, ma i loro interventi si accendono nella difesa di Renzi: «Io e lei abbiamo sul Jobs Act un'opinione completamente diversa, ma da me lei non sentirà mai la parola 'assassinò rivolgendomi a lei, capisce ?» tuona Serracchiani «La invito a pesare le parole, le parole possono essere pietre, le parole possono essere pallottole» dice evocando gli anni bui del terrorismo. Incurante il vicepremier ribadirà quelle stesse parole su facebook: «ho definito assassini politici quelli che hanno progettato, promosso, votato e difeso una riforma folle come quella del Jobs Act. Lo penso ancora».

Tornando alla sentenza della Consulta, questa stabilisce che l'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 23/2015 è contrario ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza fissati dagli art.4 e 34 della Costituzione in tema di Lavoro. In particolare è illegittimo aver determinato in modo rigido l'indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. Prevedere un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratori è contrario ai principi di uguaglianza (fra lavoratori) e ragionevolezza. È il ragionamento dei giudici che si potrà conoscere meglio quando la sentenza sarà depositata. Esulta il segretario della Cgil, Susanna Camusso («Una decisione importante. Ora ripristinare l'art.18»), linea comune fra i tanti nella sinistra per i quali il Jobs Act e l'abolizione dell'art. 18 sono stati difficili da votare. Gli Ex sindacalisti Epifani e Damiano (uno andato a Leu l'altro rimasto nel Pd) chiedono il ritorno dell'art. 18. Stessa richiesta da «Possibile» e Nicola Frantoniani (Leu). Al momento Di Maio reintroduce nel «decreto urgenze» la cig per cessata attività (tolto dal Jobs Act).

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