Patto di stabilità, Giorgetti: «Non accetteremo regole anti-crescita»

La linea del governo: sì a nuovi vincoli ma non «impossibili da mantenere»

Giorgetti: «Sul Patto non accetteremo regole anti-crescita»
Questa, almeno sulla carta, dovrebbe essere la settimana decisiva per il nuovo Patto di stabilità e crescita. Mentre la presidenza spagnola tenta di chiudere su testo che...

OFFERTA SPECIALE

2 ANNI
159,98€
40€
Per 2 anni
SCEGLI ORA
OFFERTA MIGLIORE
ANNUALE
79,99€
19€
Per 1 anno
SCEGLI ORA
 
MENSILE
6,99€
1€ AL MESE
Per 6 mesi
SCEGLI ORA

OFFERTA SPECIALE

OFFERTA SPECIALE
MENSILE
6,99€
1€ AL MESE
Per 6 mesi
SCEGLI ORA
ANNUALE
79,99€
11,99€
Per 1 anno
SCEGLI ORA
2 ANNI
159,98€
29€
Per 2 anni
SCEGLI ORA

- oppure -

Sottoscrivi l'abbonamento pagando con Google

OFFERTA SPECIALE

Leggi l'articolo e tutto il sito ilmessaggero.it

1 Anno a 9,99€ 89,99€

oppure
1€ al mese per 6 mesi

Rinnovo automatico. Disattiva quando vuoi.

L'abbonamento include:

  • Accesso illimitato agli articoli su sito e app
  • La newsletter del Buongiorno delle 7:30
  • La newsletter Ore18 per gli aggiornamenti della giornata
  • I podcast delle nostre firme
  • Approfondimenti e aggiornamenti live

Questa, almeno sulla carta, dovrebbe essere la settimana decisiva per il nuovo Patto di stabilità e crescita. Mentre la presidenza spagnola tenta di chiudere su testo che possa entrare in vigore il prossimo anno, in Parlamento l’Italia ribadisce la propria linea attraverso il ministro Giorgetti, provando a definire alcune linee rosse. Il responsabile dell’Economia ha ricordato che la revisione delle attuali regole nasce dall’esigenza di superare un meccanismo macchinoso e poco orientato alla crescita.

Manovra, dopo Moody’s si lavora alle modifiche: priorità a sanità e pensioni. Verso un maxi emendamento

La proposta messa a punto dalla commissione è in realtà la somma di diverse ipotesi di modifica che vanno a toccare sia il “braccio preventivo”, ovvero la fase di coordinamento delle politiche di bilancio, sia il “braccio correttivo”, l’insieme delle procedure che scattano quando un Paese si trova in una situazione di disavanzo eccessivo. Per intervenire sul secondo regolamento servirà l’unanimità, mentre per il primo basterebbe anche la maggioranza qualificata. Sul piano politico però è chiaro che le due decisioni andranno prese insieme, e quindi di fatto sarà necessario trovare la convergenza di tutti i governi sull’intero pacchetto. Inoltre andrà rivista anche la direttiva che regola tra gli altri aspetti il ruolo delle autorità indipendenti (come in Italia l’Ufficio parlamentare di Bilancio). 


IL RIEPILOGO
Dopo aver riepilogato i contenuti in discussione, tra cui l’adozione della spesa primaria netta come «indicatore operativo unico» e la previsione di Piani “personalizzati” per i Paesi della durata di 4-7 anni, Giorgetti ha osservato che «ridurre l’elevato debito pubblico e i disavanzi eccessivi è un obiettivo del governo ed è nell’interesse generale del Paese». Questo perché gli interessi passivi a carico del bilancio pubblico «assorbono risorse che potrebbero essere più utilmente destinate a interventi diretti a consolidare il nostro tessuto economico e sociale».


L’Italia però vuole mettere insieme questa esigenza di consolidamento con quella di «favorire una crescita sostenibile e duratura». Su questa linea si innestano le pressioni di alcuni Paesi del fronte del rigore, che vorrebbero introdurre espliciti vincoli aggiuntivi: ad esempio un parametro per misurare la riduzione annua del debito pubblico in rapporto al Pil. Il governo di Roma ha risposto con la «disponibilità a ricercare una soluzione che non sovrapponga ai vincoli su spesa e debito ulteriori regole stringenti che potrebbero riproporre, se non addirittura complicare, uno schema che ha mostrato limiti e che le stesse istituzioni europee hanno dichiarato di voler superare». In altre parole, il rischio sarebbe di tornare al punto di partenza, con regole «impossibili da mantenere».


Dunque, in una fase in cui «il negoziato si è fatto più complesso» la posizione negoziale del governo Meloni è che si possono introdurre salvaguardie sul deficit e sul debito «ma solo a condizione che esse non siano troppo stringenti e non prevalgano di fatto sulla regola di spesa». La seconda condizione posta da Giorgetti è che «la nuova governance economica dia sufficiente spazio agli investimenti per la transizione digitale ed ecologica e, nel primo ciclo di applicazione delle nuove regole, consenta a Paesi quali l’Italia, che hanno concordato ambiziosi programmi di ripresa e resilienza, di poter accedere all’estensione del periodo di aggiustamento a sette anni senza l’imposizione di ulteriori condizionalità». La conclusione è che «la sostenibilità delle finanze pubbliche non può essere raggiunta attraverso percorsi di aggiustamento eccessivamente rigorosi, perché questo danneggia i fondamentali di crescita e peggiora la dinamica del debito nel medio e lungo periodo».


L’ASSETTO


L’assetto delle regole a partire dal prossimo anno è una variabile non secondaria per la politica di Bilancio del nostro Paese, che dopo aver impostato una legge di Bilancio largamente in deficit dovrà poi gestire (in particolare dal 2026) il rientro sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil. Presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia hanno indicato finora una linea di prudenza (che si rifletterà anche nel breve iter parlamentare della manovra). E hanno evocato l’eredità del passato e più precisamente quella della incontenibile spesa legata al superbonus, senza la quale il percorso di bilancio apparirebbe già in linea con le indicazioni europee. Giorgetti ha poi negato che ci sia uno scambio diretto con la questione del Mes: sulla ratifica del nuovo meccanismo salva-Stati dovrà pronunciarsi il Parlamento. Ma è un fatto che gli altri Paesi europei attendano con impazienza la decisione italiana.
  Leggi l'articolo completo su
Il Messaggero