Renzi lascia il Pd, l'allarme di Conte e Zingaretti. Franceschini: «Le divisioni fecero vincere Mussolini»

«Non mi prendo molta gente. Per evitare di fare troppo casino, la mia è quasi un'operazione a numero chiuso». Matteo Renzi è ai dettagli della scissione.

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E se l'ex premier, come garantisce ai suoi, non fa «campagna acquisti», è perché intende mantenere un piede nel gruppo del Senato, di cui è presidente il suo Andrea Marcucci. Soluzione che Nicola Zingaretti e Dario Franceschini potrebbero decidere di subire per non vedere il gruppo di palazzo Madama perdere altri pezzi... renziani.

La scissione dell'ex premier è, insomma, magmatica. Senza ordini di scuderia. E uscite di massa. Questo anche per cercare di non allarmare Giuseppe Conte e il leader dei 5Stelle, Luigi Di Maio. Il presidente del Consiglio (e i presidenti delle Camere), che Renzi dovrebbe incontrare nei prossimi giorni, è già stato rassicurato, come poi confermato ieri sera da una telefonata: «Ho detto a Conte - dice l'ex premier - che la nascita del mio partito non metterà in alcun modo a rischio il governo», confida, «del resto, quale interesse avrei? Se questo esecutivo è nato, in gran parte è merito mio. E con la mia scelta ne amplieremo il consenso, allargheremo al centro i confini della maggioranza». Eppure, ritrovarsi il nemico di sempre come interlocutore e azionista a pieno titolo del governo - la capodelegazione nelle trattative sarà la renziana Teresa Bellanova (ministra dell'Agricoltura) - non piace a Di Maio. E allarma Conte, che teme «ripercussioni» sulla tenuta e la stabilità dell'esecutivo. «Non subito, ma tra qualche mese, chissà».

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Così, se la versione ufficiale di palazzo Chigi e dei grillini è «la scissione era nell'aria, nessun dramma e nessuna sorpresa», in realtà la preoccupazione c'è. Eccome. «Perché una cosa è discutere solo con il Pd, con il quale la sintonia sulla svolta ambientale e sociale appare almeno per ora forte», dice un alto esponente 5Stelle, «un'altra sarà ritrovarsi a discutere con un liberal-radical-riformista come Renzi, potenzialmente portatore di scelte opposte a quelle del Movimento». In sintesi: l'ex rottamatore potrebbe rivelarsi «una mina vagante».
Soprattutto quando si dovrà discutere di nomine: dall'Agcom al garante della privacy, da Eni ed Enel, a Poste, Leonardo e Terna. La vera ragione, secondo più di un dem, che ha spinto Renzi ad accelerare la scissione. Pista confermata da un deputato che ha già le valige pronte per seguire l'ex premier: «E' evidente che sedersi al tavolo che dovrà decidere i vertici della grandi aziende partecipate con un proprio rappresentante è cosa ben diversa da farsi rappresentare da Franceschini. Qui nessuno ha l'anello al naso...».
 

Non è così un caso che al Nazareno, dove viene stroncata la narrazione renziana della «separazione consensuale» («quella di Matteo è una decisione unilaterale, violenta e senza alcuna giustificazione, se non la ricerca di potere e poltrone»), venga condiviso l'allarme di Conte e di Di Maio. Nella chat dei deputati, a sera Franceschini alza il tiro: «Nel 1921 e 22, la litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori».
Zingaretti, Franceschini e Andrea Orlando, Renzi lo conoscono bene. E chi ha parlato con loro, racconta: «I timori sono forti, la scelta di Matteo apre indubbiamente una fase complessa». E aggiunge un altro alto esponente dem: «Renzi con questa scissione aumenterà per forza di cose la fibrillazione nella maggioranza e renderà tutto più complicato. Non sappiamo se è una minaccia vera e propria, di sicuro è un serio ostacolo. Una cosa è discutere delle scelte in due, un'altra è farlo in tre. E per di più con un personaggio come Renzi che avrà i numeri, al contrario di Leu, per determinare la crisi...».

«PERICOLI, NON SUBITO»
Al Nazareno, dove si dà la nuova creatura dell'ex rottamatore tra i 4-5% («i sondaggi parlano chiaro, la sua popolarità è in picchiata»), però non si dà per imminente la potenziale spallata di Renzi all'esecutivo rosso-giallo: «Ora Matteo dovrà costruire il suo partito e quindi avrà bisogno di tempo. Non a caso è stato lui, a costo di perdere la faccia, a proporre in agosto quell'accordo con i 5Stelle che aveva impedito dopo le elezioni del 2018», dice un altissimo dirigente dem. E tira le somme: «Dunque non sono da temere scossoni a breve. Tanto più che nel 2022 ci sarà da eleggere il capo dello Stato, partita che Renzi vuole assolutamente giocare e soltanto se resta in piedi questo Parlamento avrà vera forza contrattuale, dopo chissà». Conclusione: «Probabilmente Renzi ha accelerato la scissione perché teme che Conte gli rubi spazio al centro...».
 

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