Manovra, Conte a Di Maio: «Nessun nuovo tavolo». M5S: «Il premier nervoso per il Russiagate»

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In altri tempi un presidente del Consiglio sconfessato dal partito che lo ha espresso si sarebbe dimesso. La stramba alchimia che regola i rapporti tra esecutivo e maggioranza trasforma invece il tutto nell'ennesima pochade. Un braccio di ferro senza muscoli, visto che Luigi Di Maio non può rischiare l'ennesima caduta di governo e le urne, mentre Giuseppe Conte non si è ancora costruito una forza parlamentare tale da potersi mettere in proprio.

Di Maio, ultimatum a Conte: «Ci ascolti o la manovra salta»

I TONI
E così, dopo il rumore di spade, il vertice preteso da Di Maio sulla manovra di bilancio non verrà ufficialmente convocato perché Conte ritiene l'argomento manovra indisponibile, ma di fatto ci sarà perché prima del consiglio dei ministri serale non mancherà occasione per un chiarimento. Ma l'oggetto del contendere più che alcuni passaggi della manovra di bilancio, sono i rapporti tra il premier e il primo partito della maggioranza. Impegnato nel suo ruolo alla Farnesina e con i gruppi parlamentari in ebollizione, Di Maio avverte il ruolo che vieppiù assume palazzo Chigi sui parlamentari grillini. L'ingrossarsi della corrente giuseppi, e una particolare sintonia con il Pd che già blandisce ed esalta Conte per future maggioranze, innervosiscono Di Maio il quale deve anche vedersela con ex ministri trombati e nostalgici di Salvini. Nella rincorsa all'ultimatum l'ultima parola è stata quella di Di Maio che ha rintuzzato quell'«o si fa così o si va a casa» ricordando a Conte che senza i voti del M5S la manovra non si fa. Memento forse banale, se non fosse che considerare la manovra di bilancio ancora aperta significa azzerare la credibilità dell'esecutivo che a Bruxelles martedì scorso ha mandato un testo bollato e timbrato. Sostenere invece che quei fogli non valgono nulla, o quasi, significa scatenare la reazione della Commissione Ue e, a seguire, quella dei mercati. E' per questo che ieri sera da palazzo Chigi si gettava acqua sul fuoco sostenendo che alla fine tutto verrà chiarito. D'altra parte sui tre punti sottolineati da Di Maio, Conte aveva già mostrato disponibilità sia sulla verifica delle forfettizzazioni per le partite Iva sotto i 65 mila euro, sia nello necessità di spingere le banche ad azzerare i costi dei pagamenti elettronici.

Stravolgere il testo non sarà possibile, anche se tra qualche giorno la partita si sposterà in Parlamento dove Italia Viva ha promesso emendamenti su Quota 100 e altre «micro-tasse» che secondi Renzi si possono evitare tagliando la spesa pubblica secondaria. Ma se il tentativo di assalto alla diligenza caratterizza un po' tutte le manovre di bilancio, diverso è lo scontro in atto tra Conte e M5S.
«Mi dispiace, ma sulla manovra io non arretro: Conte può anche giocare a spaccare il M5S come sta facendo, ma i nostri punti non sono negoziabili». Di Maio è infatti furioso, malgrado i contatti avuto ieri sera con il premier. Quando sabato sera ha letto le parole di Conte («chi non fa squadra è fuori») l'ha presa male: «E' stato davvero un dolore».

LA COLOMBA
Ieri ha rimesso in fila i fatti. E ha capito che ormai Conte pensa «di essere il nuovo Monti». In verità, come sottolineano i vertici del M5S, l'avvocato del popolo è «un irriconoscente: nel 2018 abbracciava Luigi la notte delle elezioni, adesso gioca, mal consigliato, con i nostri gruppi parlamentari per dividerci». La temperatura tra i ministri M5S è rovente e farne le spese è stato anche il portavoce di Conte Rocco Casalino, cancellato dalla chat interna dei ministri M5S dove Di Maio ha condiviso lo sfogo, trovando una sponda, anche con una colomba come Vincenzo Spadafora. Sulla manovra casus belli di queste ore ambienti vicini al capo politico spiegano: «Conte si fida troppo di Franceschini, ma senza un accordo con noi non ci sono alchimie di palazzo, hai voglia a minacciare le elezioni anticipate». A Di Maio sempre sulla manovra non è sfuggito un altro particolare, spiegato con una battuta velenosa: il premier ha preferito far contento Landini sul taglio del cuneo fiscale ai dipendenti che dire al ministro Gualtieri di dare le deleghe a Laura Castelli, viceministro dell'Economia.
Lo scontro ormai è a tutto campo, al punto che dai vertici del Movimento fanno notare una strana coincidenza: «Conte è nervoso in vista dell'audizione di mercoledì al Copasir, ha paura delle reazioni degli Usa sul Russia-gate e della relazione di Barr, il ministro della Giustizia di Trump». Sono le ore dei veleni, appunto.
 

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